stare al proprio posto

riuscite a fare il distinguo tra personaggio e scrittrice?, oppure avete bisogno delle indicazioni d’uso per capire fin dove vi è consentito arrivare?, di un’etichetta, magari, non bastasse la buona educazione che dovrebbero avervi insegnato quando eravate bambini. perché io, donna, professionista, devo stare attenta a ciò che scrivo, mentre un maschio con la barba no? forse perché il maschio con la barba non sente come una violenza l’intromissione di sconosciute nella propria sfera intima?, non sente come invadenti certe email inizialmente gentili e poi via via più volgari, insinuanti pensieri, idee, ipotesi, polluzioni notturne.

a me danno fastidio, non le tollero, come non amavo che a cena, in pizzeria, dopo lo spettacolo, si continuasse a parlare dell’intimità del personaggio che interpretavo sul palco. e se la prima volta rispondo che “anche mio marito sarebbe felice di conoscerti”, a te ragazzo, a te uomo, a te pensionato (ebbene sì), che da giorni m’infastidisci con parole sempre più confidenziali cui non rispondo, alla fine dovrò bannarti.

perché scrivo di eros pensate ne faccia gratis in giro per lo stivale?, che ne dia assieme ai Romanzi, perché il mercato è quello che è e nulla muove più copia se non la classifica del Corriere? oppure vi piace la nuova concezione dell’artista che racconta se stesso, e quindi non capite il limite tra autobiografismo e invenzione? e poi, anche fosse, credete ciò vi autorizzi a superare il confine della decenza? perché nel 2016, superati di un bel po’ i 40 (anni e non gradi) devo sentirmi fare la ramanzina dall’amico che non ha mai commentato un solo mio post, o recensione, o romanzo: Non prestare il fianco a facili doppi sensi, se sono 5 anni che vivo di doppi sensi? ma veramente viviamo ancora del vecchio: te la sei cercata?

vorrei che questo paese avesse in sé la modernità che pubblicizza sui social. vorrei che un “no” rappresentasse il termine e il confine. che una mancata risposta, o due, o tre, dicesse già tutto: stai al tuo posto.

 

quanto vendi?

siamo tutti sotto l’ala di mamma USA, e getta. in libreria troviamo youtuber con la faccia da imbecilli a soli quindici anni (cazzarola io a 15 anni leggevo Benjamin), brutti prodotti che durano un anno,  o vecchi tromboni del giornalismo (con rispetto per lo strumento musicale), che scrivono cose date in un buon italiano e basta. o gossippare che vogliono fregiarsi di essere scrittrici dopo aver già scippato il titolo di giornaliste a professioniste con meno tette, e che buttano giù un solo titolo nella propria esistenza e che giustappunto, guardacaso, è un’autofiction di merda che parla dell’esistenza della solita ragazza madre. che palle. ma vende.

quanto vendo io? appena più di Beckett.

oggi niente muove libro, anche in Francia non illudetevi, a meno che non sia il prodotto di una cretina che ha il nome di una catena di alberghi e che scrive banalità messe assieme da un gruppo d’imbecilli pagati per concepire roba che faccia cassa. e poi soltanto la televisione, e soltanto quell’orrendo Fazio, oppure i fenomeni di cui sopra e le cui parole solite i ragazzi si passeranno per qualche mese tra i piercing, il tempo che arrivi l’autunno e un nuovo youtuber con tante banalità di da dire.

che poi, una volta stampato e venduto ad amici e parenti devi sbatterti per l’Italia nella speranza di non avere la sala semi deserta, anche se poi su FB si trova il modo per farla sembrare piena. o peggio ancora la sala piena di gente che però non compra. che ringrazia, e saluta, e se ne va.

allora si lavora sodo e su progetti. si aspetta, soprattutto. fanculo la fretta di pubblicare. me lo disse anche Covacich: aspetta. anche se poi si è dimenticato di darmi un’opinione sui MIEI romanzi, prova concreta che anche quando li leggi, gli scrittori blasoné, è tempo perso. qui in Italia stiam tutti col coltello tra i denti, pronti a scannarci per poche copie. e al massimo promuoviamo l’amico poco talentuoso.

allora lavoro su un progetto, assieme a lui, il mio magnifico Editor, e lavoro non su un romanzo singolo ma su una trilogia vera, non un romanzo lungo diviso in tre parti, come fanno certe ballerine prestate al noir, ma tre romanzi diversi che abbiano un comune denominatore, che possano dire qualcosa sia in tre che da soli, e trattino lo stesso problema attraverso punti di vista diversi. come mi portassi a letto tre maschi, in sostanza, o tre femmine, e ognuno avesse da raccontarmi una storia piena di thrilling.

pazienza. aspetterò che mi si levi un po’ di gente di torno. a proposito, ma com’è che Procacci non stampa più?

autofiction

per Romain Gary, per esempio, sarebbe stato più facile parlare della solitudine dell’uomo medio parigino, scrivendo la storia di un impiegato che s’innamora di una collega che non lo vuole, che magari si ubriaca tutte le sere e che alla fine si suicida. in questo romanzo pubblicato nel ’74, invece, “il mio caro pitone”, sotto lo pseudonimo di Ajar, che i critici adorano, Gary scrive un libro pieno di acrobazie linguistiche, di sperimentazione, e che procede con la stessa sinuosità del pitone Gros Calin, che il nostro protagonista Cousin ha comprato durante un viaggio in Africa perché lo abbracciasse al ritorno dall’ufficio, ogni giorno. perché questo è un romanzo che racconta la solitudine di un uomo che si occupa di statistica a Parigi e che prima di comprare un pitone si abbracciava da solo.

a voi è mai capitato?, a me sì, quando volevo saper con certezza che effetto faceva l’amore.
comunque è così. al pubblico piace leggere i cazzi altrui (scusate, ma scrivere “i fatti altrui” non rende).
ma da borghese un po’ pudica non mi dispiace aver costruito Justine 2.0 come una storia lontanissima da me. me lo dissero anche alcuni editor che il titolo “storia vera” accoppiato alla mia scrittura avrebbe avuto un altro effetto sul pubblico, un altro numero di copie vendute. ma forse l’avrebbe fatto anche me, un altro effetto, e agli uomini che avrei sputtanato. ed è anche probabile che non sarei mai crescita.

personalmente le autofiction mi annoiano. e per me non rientrano nel novero della letteratura. anche Covacich, non avesse un linguaggio raffinato e un ritmo del tutto nuovo per me, lo avrei cestinato. non m’interessa il malessere individuale dell’uomo medio gravato dai debiti. e non credo sia un gesto raffinato speculare sulle proprie disgrazie e servirle così come sono, senza neppure avanzare nella loro comprensione, magari guardandole da lontano.
e la nostra letteratura è fatta per lo più di tristi numeri uno. di storie uniche perché sole e non perché originali, che raccontano la banalità dell’esistenza quotidiana o il dramma della morte.