posizionare, un verbo tecnico/amministrativo in letteratura

se un uomo mi dicesse “posizionati lì“, letto, tavolo di cucina o canapè, gli darei un ceffone e me ne andrei: non sono un mobile. e soprattutto scopo soltanto con chi ha un buon eloquio.
no, non è vero, mi son fatta decine di camionisti.
no, non è vero, soltanto due, ma chiaramente assieme.
ma suvvia, diamine! non scherziamo!
nemmeno in teatro si usa il verbo “posizionare”. nessuno mi ha mai chiesto di posizionarmi in quinta.

ho la sensazione che questa sia una robaccia virale venuta dagli uffici dell’amministrazione comunale e finita in letteratura. tipo il “piuttosto che” congiunzione.
“posizionami il mobile accanto alla fotocopiatrice!”, “l’uomo al momento dell’incidente era posizionato a un metro dalle strisce pedonali”, “si posizioni oltre la riga gialla!”.
forse, senza offesa vi prego ci son grandi geni anche tra i ragionieri, forse è perché a scrivere, oggi, non sono più gli scrittori?, ormai confinati a corregger bozze a tutti gli altri?
comunque, i vocabolari esistono e parlano chiaro http://www.treccani.it/vocabolario/posizionare/, e se di tanto in tanto li consultaste non mi sentirei costretta a umiliarvi. di domenica mattina poi. e non c’è neppure bisogno di consultarli, basta un po’ buon gusto.

non compro letteratura di genere. e non compro storie erotiche. l’erotismo volgare, banale, campato in aria delle casalinghe in odore di celebrità. il linguaggio per lo più misero, ripetitivo e incolore di chi certe cose le sogna soltanto.
i paesaggi rubati alla Christie o alla Aury.
il castello di Silling sarebbe troppo, grazie a dio in tanti non hanno lo stomaco per leggere de Sade.

chi mi conosce sa come la penso in fatto di narrativa. chi mi ha letta lo sa anche di più.
di una storia non m’interessa mai “cosa succede”, ma “come”, e soprattutto “perché”.
per godere ho bisogno di turbe psichiche da analizzare e mettere su carta.
non arrivi a farti frustare, legare, sputare in faccia e sodomizzare dal portiere chiatto dello stabile di fronte, se non hai una matassa di passato da analizzare.

una storia è storia se mi sorprende a ogni pagina. come un uomo.
una storia è letteratura quando mi fa sentire piccola piccola, quando censura il mio senso critico.
una buona storia è come un Master veramente capace, che riesce a zittire i miei dubbi portandomi con la forza del pensiero (o meglio ancora del desiderio) a sfilarmi qualunque cosa io indossi, ad appoggiare saldamente le mani al tavolo, allargare le gambe al massimo e far sì che lui faccia un po’ quel che più gli pare.
ci sono scrittori che mi fanno godere anche da morti.

fanno bene gli editori a non accettare più manoscritti.
mancano le basi, spesso mancano pietre di paragone importanti. per lo più manca il talento. e il senso critico.