argomento top(a) della settimana

chissà perché sul “darla non darla” abbiamo da dire molto più che sulle stragi. ma quanta retorica, ragazze mie. donne che si elevano, si abbassano, solidarizzano, condannano, perdonano. e allora mi unisco anch’io al coro, io che scrivo di autonomia e di femminismo da anni ma che sono apprezzata più che altro dagli uomini, perché ho il coraggio di fare autocritica, e con le femministe invece litigo ogni giorno, perché non amo ragionare per schemi e odio le bandiere, perché mi accorgo sempre più spesso che, dietro una femminista che non ha dubbi, c’è il più delle volte una stronza misogina e poco solidale, e l’elenco di nomi sarebbe lungo e pieno di sorprese.

quanta solidarietà femminile a parole. soprattutto per un po’ di consensi. ma vi vorrei vedere così ben disposte anche con l’amica che non ha lavoro, con la diciottenne che trovate a letto con vostro marito, con la collega scrittrice più talentuosa di voi ma senza le vostre amicizie, con la bellissima che potreste, sì potreste pubblicizzare ma cazzarola è pure intelligente allora meglio di no. conosco molte donne che non l’hanno data al produttore ma al marito: deputato, giornalista, avvocato, professore universitario. conosco donne che l’hanno data senza successo ma non hanno nemmeno rimpianti, altre che l’hanno tenuta per sé e ora piangono, altre lo hanno fatto per lavoro, a venti, trenta, quarant’anni, anche quando non erano confuse. a volte si è costrette, altre volte è soltanto la via più comoda, e anche negarlo è ipocrita.
sulle dinamiche nessuno deve mettere bocca: si fa anche se non piace perché a volte è l’unica via. ma si fa anche a testa alta e anche se non è l’unica via. in entrambi i casi il nocciolo del problema è che a darla (e a prenderle), godendo o piangendo, siamo sempre e soltanto noi.

dal 28 settembre, in libreria “Conversazioni sentimentali in Metropolitana“, Castelvecchi Editore.

l’odio

Doina è in semilibertà dopo aver scontato 9 anni di carcere, e Raffaele, la cui colpevolezza non è stata provata, in carcere ha studiato e si è laureato e condurrà un programma come esperto di giustizia. quindi? cos’è?, più scandaloso forse di Asia Argento, che sta ancora sui nostri schermi nonostante in anni  di carriera non sia riuscita a mostrarci nemmeno uno dei suoi talenti? togliendo il posto a chi magari ne ha?

almeno quei due hanno pagato la loro pena, checché ne pensiate voi, giudici popolari dall’animo candido che, per scaramanzia e non per rispetto, perdonate ogni defunto sulla terra, anche se non amato in vita; voi, cui nessuno ha domandato nulla, esseri dotati dell’intelligenza di un granchio che sui social fondate Gruppi d’incitazione all’odio, che inviate raccolte firme contro Sollecito; difensori dell’umiltà a parole che vi arrogate il diritto di giudicare ciò che non conoscete, che nutrite il vostro odio sorseggiandolo assieme al caffè, dopolavoristi della creatività letteraria e giurisprudenziale che inviate contro-note alle professoresse di vostro figlio.

se non è abbastanza, non ciò che penso di voi, Massa che cresce dietro la spinta dell’acrimonia nei confronti del potere, se non è sufficiente la pena pagata da Doina e Raffaele, è una questione del tutto ininfluente. vivete sul territorio italiano, pagate le tasse (non sempre) per  respirare quest’aria e avete questa Giustizia, lenta, problematica, talvolta ingiusta. ma Doina ha pagato e sta pagando. Raffaele anche.

provate a ridimensionare il peso della vostra opinione, cercate di leggere certi incitamenti alla pena di morte, da parte di account apparentemente innocui, come espressione della frustrazione e del malcontento che alberga dietro un’immagine del profilo falsamente felice.

chi incita all’odio non può essere felice. chi è felice non ha bisogno d’infliggere ad altri punizioni esemplari o di vendicarsi, anche perché non saranno questa a cambiare la nostra esistenza a darci soddisfazione o a rendere meno dolorosa la nostra esistenza. impariamo piuttosto a dire ciò che pensiamo a chi ci ha ferito, non a chiedere la gogna per chi ha pagato già la propria pena e ha soltanto l’ambizione di continuare a esistere.