artisti a stipendio

rivendico a gran voce il coraggio dell’artista puro, di chi già al liceo aveva la testa al palcoscenico e perciò era sempre impreparato, umiliato dalla propria stessa intelligenza: mi meraviglio di te, che brutta delusione, torna al banco.

sì, faccio il tifo per chi ha scelto la strada meno certa, all’orizzonte l’ipotesi di finire in un ospizio pubblico in braccio a un’infermiera sadica; applaudo soltanto chi, come tanti attori e musicisti che resteranno nella storia, è rimasto in punizione chiuso nella propria stanza, durante una giovinezza piena di “ma dove credi di andare tu”.

non contemplo nemmeno l’eccezione rarissima alla regola dell’ottuso che, anziché starsene buono in platea, e applaudire e imparare, giggioneggia recitando per anni sempre lo stesso Pirandello, il petto gonfio di soddisfazione, la qualifica di “artista” sul profilo FB. lui, che ha la compassione del tergicristalli in movimento sul cadavere di un moscerino, che non sa neppure come si sta in quinta, come ci s’inchina al pubblico, come s’impagina un romanzo o si arreda un camerino, ma che ha quattrini sufficienti per pagare perfino il pubblico. lui, che rompe il silenzio degli eterni scontenti, che ha voluto e potuto replicarsi, sicuro e certo di lasciare ai discendenti una casa con mutuo pagato, e che a sessant’anni, e con 15 mensilità sicure, si permette battute umilianti sul vecchio artista che si muove sul palco come un triste clown.

lui, che si è risvegliato all’arte a cinquant’anni, non e non sa cosa significhi fare marchette, salire le scale del Monte di Pietà, lavorare a serata in pizzeria o vivere in una casa condivisa fino a 40 anni, non merita che il rumore che produce.

oggi le mie meditazioni andranno a un artista puro, Kirk Douglas, che ci ha lasciati all’età di 103 anni.

qui il mio sito

tra pochi giorni in librerai il mio quarto romanzo “Io e il Minotauro” edito da GiaZira scritture

perché non suoni?

è la domanda che mi fanno quando accenno alla mia esistenza, del tempo ho passato nei locali di jazz, o nelle vinerie di Luca. o dei fidanzati musicisti, dei mariti, delle scuole di musica che ho diretto e che mi ha vinto, o le oceaniche Master class che ho organizzato: Petrucci, Bozzio, Carl Anderson, Franco Cerri.
perché non suoni?

c’è sempre qualcuno che pur avendo un lavoro sicuro con tanto di tredicesima si proclama pronto a lasciare ogni cosa per l’arte.
ne ho conosciuti di questi bizzarri sognatori dall’aria esatta di chi conosce la puntualità del cartellino, che in treno, al ristorante o in fila per prendere il traghetto verso Procida, si dichiaravano pronti a fare carte false e salti nel buio per vivere come me, tra l’ansia di non riuscire in niente, la sensazione esatta di essere stati ingannati alla nascita, e di non sapere se avrò una morte dolce che mi strappi alla vita senza convenevoli o se finirò tra le braccia d’infermiere sadiche in un ospizio per poveri. perché di questo si tratta il più delle volte.

ma vi ho già detto tante volte dei miei amici perdenti. di tutti quelli che ho amato e che sapevano stare veramente bene sul palco, a loro agio, dei poveri sfigati secondo il corrente pensiero renziano o delle nostre maestà dei Talent Show. sfigati che avevano però l’universo mondo nel cuore e che riuscivano a metterlo tutto in un solo gesto e a farmelo anche vedere.

quindi non suono perché la musica ha bisogno di studio e dedizione, di tanto amore, di bocca, lingua, dita e tendini, perché non s’improvvisa se non dopo anni di maturazione, perché i locali non pagano se non li riempi, perché il pubblico non è curioso e fa come i cani, e porta il proprio culo nei posti che conosce già, o per sentito dire.

ma un prezzo bisogna pur pagarlo per questo ben di dio di felicità, sentirsi assolutamente irresponsabili per se stessi e per gli altri, del tutto inutili, un ornamento di cui in guerra si fa sempre a meno. nonostante il morale dei soldati sia basso.

vedi tizia?, ha scritto un libro!

un’altra, l’ennesima che decide di non poter privare il mondo della sua storia. naturalmente targata “youcanprint”. poi ci rifletto. c’eravamo viste a casa sua qualche anno fa, lei era (ed è) una di quelle persone che fottono lo Stato a vita, sì, se non ricordo male faceva la consulente, da trent’anni, tanto che le domandai: ma come mai prendi uno stipendio così alto per fare da consulente sempre per lo stesso Ministero?, non ti potrebbero assumere e pagarti meno?

misteri tutti italiani. fitti misteri italiani con casa con terrazza ai Parioli. fitti misteri italiani con con casa con terrazza ai Parioli che votano PD, fottono lo stato e non mi chiamano per l’editing del loro libro selfpubblicato. e ovviamente non m’invitano più a cena.

ma non era questo di cui intendevo parlare. quanto di stanotte. ho messo la sveglia alle quattro e con “lui”, e gatte al seguito, sono uscita alla ricerca della superluna che invece stava probabilmente sul lago, poi, non riuscendo più ad addormentarmi, mi sono ricordata di qual è la differenza essenziale e vera, al di là dei 140 caratteri di falsa modestia, tra un artista e un “alias”. l’artista sa che potrebbe fare di più. non va tagliandosi l’orecchio a ogni uscita editoriale, vero, ma non è mai veramente soddisfatto, né va pubblicizzandosi più di tanto, né si applaude da solo. il vero artista, è quello che chiude la porta del camerino e che durante gli applausi sorride a stento ed è, di norma, il più bravo di tutti.

fu la domanda che posi anni fa a un guru dell’editoria digitale: come faranno gli insicuri?, i timidi, i poco loquaci, i realmente umili?

soccomberanno. mi rispose.

vittima di parente creativo

si scrivono così tanti libri, e a questo punto non importa più se leggibili o meno, si fa così tanta attività creativa (mai più interessante del “selfie” di tette), che parenti di scrittori, musicisti, ballerini e pittori, si sono riuniti in comitati.
pare si chiameranno “comitati per la protezione del parente e dell’amico creativo“.

in Italia, l’interesse per l’arte (degli altri) è talmente diminuito che i locali di musica dal vivo ti danno date soltanto se garantisci loro un tot di pubblico pagante.
in Italia l’amore per il teatro è così inesistente che sono le compagnie a doversi assicurare, le compagnie a provvedere a tutti gli oneri di legge un tempo a carico delle amministrazioni dei teatri di prosa. che intanto chiudono. sotto lo sguardo indifferente dei giornalisti che hanno berciato per più stagioni di seguito contro i comitati giovanili che li occupavano, e almeno, dentro, qualcosa ci facevano (vedi teatro Valle)

in Italia, l’interesse per l’arte, quella studiata non quella circense della tivù, va talmente poco di moda che quando muore un attore non ne scrivono neppure i blogger.
di contro, per la presentazione del tuo libercolo devi prenotare la libreria almeno un mese prima.
poi farne una pagina fan.
poi metterlo in bella mostra come copertina del profilo.
poi provare a far sì che qualcuno lo compri.
infine che lo legga. ma è difficile. l’amico ti guarderà con aria confusa, il parente cambierà discorso, e la domanda “ti è piaciuto?” sarà scansata come la peste.

magari, puoi provare a catturare l’amico ipocrita e il parente sfuggente davanti alla libreria. o quando lo incontrai casualmente, un paio di anni dopo l’uscita del tuo fantastico thriller, magari per il matrimonio di tua cugina.
provando a legarlo a una sedia potrai domandargli le ragioni per le quali non ti ha letto.
magari, torturandolo, potrai provare a fargli digerire l’incipit.

se l’amore non va sempre dimostrato, la cattiveria anche

un po’ di pudore per carità. da parte di Iacchetti sicuramente, su questo non ci sono dubbi, ma anche voi, “la gente” siate appena più prudenti nel lapidare chi è già a terra, o finirete senza parole, metterete i sentimenti in mutande, la dignità di omuncoli già frustrati sotto le scarpe.
tutto questo commentare mostrando di sé la parte più esecrabile, l’invidia, l’indigenza patita e presente, la mancanza di considerazione del mondo è così triste. così prevedibile e ridicolo.

se si lamenta un coglione qualunque in una trasmissionaccia come “questioni di famiglia” non succede nulla, anzi, è coraggioso e al suo ritorno gli fanno festa, è andato in televisione, l’eroe. se si lamenta un uomo di spettacolo o una donna, il popolino sia agita e insulta: uno come quello lì… un privilegiato… si rovista tra i suoi vizi e si digitano moralistiche righe di rimprovero: con tutta quella coca… come si permette di dichiararsi infelice…

il rogo è servito. qualunque sia il suo passato, chiunque egli sia, la gavetta fatta, i culi leccati, la fame, le attese spasmodiche, il 90% della gente, questa sacra e privilegiata gente, giudica dal sentito dire, e basta. perché oggi siamo tutti artisti, questo è un fatto, e a qualcuno dobbiamo pur farlo pagare il nostro anonimato.

come si permette di dichiarasi infelice…
l’infelicità non è appannaggio di nessuno. per fortuna. sicuramente appartiene a chi ama danzare sulle carcasse altrui, a non vedere mai al di là del proprio ombelico pierciato, a stare al centro del mondo, misura unica delle infamità altrui. pietra di paragone dei successi immeritati del mondo intero.
voi fate come cazzo vi pare. Io sono abituata a credere a chiunque domandi aiuto. e a provarne pena.
buona domenica.