artista

«impara l’arte e mettila da parte», mi disse papà quando seppe che ero stata selezionata tra centinaia per la Silvio d’Amico: «la bambina non può fare altro, confermò mia madre», quasi si trattasse di una grave malattia. d’altra parte avevo lasciato il liceo, tentato più fughe da casa con l’idea folle di vivere a Parigi per strada.

«hai un sacco di soldi e un bell’attico in centro?, perché soltanto così avrai buoni e rapidi risultati, giacché teatro e cinema si fanno per lo più durante le cene in terrazza». la veritiera rivelazione di mia zia attrice, che sul finire degli anni ’50 dovette cambiare nome e cognome su richiesta del padre, che si vergognava per quella scelta scellerata, mi fece piangere. eppure anche oggi certi insulsi personaggi della TV del pomeriggio fanno carriera in terrazza, scattando selfie.

gli anziani ci provavano regolarmente con noi ragazzine: attori, registi. la vocazione alla sofferenza andava d’accordo con la perdizione, Justine 2.0 (cioè io) era una piccola ingenua né più né meno che Suzanne Simonin, non faceva calcoli, non metteva in preventivo la ricerca di un buon nome da cui farsi impalmare così da ottenerne i favori. non tutte nasciamo Juliette, purtroppo.

ma oggi basta meno, molto meno. è sufficiente la fantasia di un chiodo arrugginito e il papà che paghi un corso professionale.  basta un diploma per essere artista professionista, per aprire una Partita Iva, dimenticare la vocazione al dolore e correre veloce a occupare ogni ambito, vincere tutti i premi, senza lasciar spazio ad altri.

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana.

 

le persone e le ideologie

FB è una condanna per il creativo, inteso come essere umano passionale di forma e umore mutevole. rimpiango l’antica distanza che ha fatto di Victor Hugo mio padre e di Romain Gary il mio amante ideale.

il maledetto universo social richiede verità, perché, come per XFactor, il pubblico di pancia sniffa i sentimenti a istinto, la verità la legge nello sguardo dell’artista e la brandisce come un’arma. non gli interessa ascoltare cantanti che conoscano la musica, che sappiano leggerla, ma border line in grado di “raccontare la propria storia“, così come non vuole leggere scrittori che conoscano le raffinatezze della lingua italiana, ma simpatici amiconi che abbiano le stesse proprie idee, con i quali interloquire simpaticamente sui fatti del giorno, chattare, cui all’occorrenza sottoporre propri manoscritti per una valutazione gratuita.

il creativo in vetrina, anche detto “artista”, deve sempre aderire ai gusti del pubblico, condannare quando tutti condannano, gioire quando tutti gioiscono, essere gentile, gioviale, modesto (tanto il pubblico non sa distinguere modestia da umiltà), e mantenersi politicamente al centro, non essere mai troppo fascista ma nemmeno dileggiare i seguaci del Duce. insomma, lo scrittore che vuole vendere i propri romanzi e non sia direttore editoriale di nessun grande gruppo o intellettuale di punta dell’intellighenzia salottiera romana,  assomiglia più a un banditore di pentole da Fiera, a un camaleonte social, che a uno in grado di fare le mode, più che di subirle.

lo scrittore/ scrittrice deve genuflettersi al suo pubblico. non manifestare idee diverse, mai troppo femminista, sempre nel giusto, sorella della mansuetudine, nemica della passionalità, che pure serve e fa audience, ma che potrà esibire soltanto attraverso aforismi comprensibili a tutti.

dal 28 settembre, in tutte le librerie, “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (Castelvecchi): dal moderno bovarismo alla manipolazione relazionale.