tutti Lillie P. Bliss

quando suggeriscono all’amico/a di fare una mostra, un albo, un libro delle sue foto pazzesche, mi piacerebbe tanto chiedere quante mostre di fotografia hanno visitato in vita loro, presso quale università di Belle Arti si sono laureati. non basta più dire: che bella foto!, no, tutti Lillie P. Bliss, tutti critici ed esperti, collezionisti, Talent scout infallibili, nonostante ignorino praticamente tutto della fotografia.

la stessa enfasi da talent scout gli prende con la letteratura. è sufficiente loro leggere su FB una metafora banale, un pensiero appena più profondo dell’amico Lello, per sentirsi in obbligo di suggerirgli la stesura del romanzo del secolo, la guida imprescindibile che ci trarrà fuori dalla crisi ambientale e morale e politica. salvo poi leggerlo, mi pare ovvio, nel caso in cui l’amico Lello approdi con fatica a una pubblicazione a pagamento.

straordinari giudici di commissione dei melismi terra terra di talenti televisivi, si mettono al servizio della sperimentazione artistica del nuovo millennio con certe polemiche da far inorridire Massimo Mila. non conoscono la differenza tra maggiore e minore, eppure pretendono di fare la differenza. non sono mai stati a un concerto live e parlano di acustica e di audio. da leggere, a questo proposito, il libro autobiografico di un pilastro del Jazz nostrano, Marcello Rosa, che racconta le espressioni ridicole dei sedicenti esperti di Jazz dopo aver ascoltato un assolo.

poi mi capita di vedere Specchio Segreto, la Candid Camera di Nanni Loy del ’64. e mi domando come, da certi padri e nonni sobri, consapevoli, umili, siano potuti nascere tanti arroganti. 

qui il mio ultimo romanzo

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debito pubblico e altre soluzioni

mia madre li chiama “i conti della serva”, il due più due sbrigativo che tutti siamo in grado di fare, (o almeno crediamo), soprattutto da quando abbiamo imparato a leggere i titoli dei quotidiani più diffusi (mai l’intero articolo), e abbiamo facoltà di parola sui social e la possibilità (tra l’altro) che qualcuno (non sia nostra moglie) ci dia ragione.

ma l’italiano è così, si dà da fare. chiede soluzioni al debito pubblico ma non paga le tasse. costruisce case abusive, se facciamo un giro a Ischia ne troviamo a migliaia di hotel Rigopiano, in posizione strategica proprio a un metro dal dirupo, o dal belvedere, dipende dai punti di vista; l’uomo medio si strappa le vesti in piazza per ottenere il selfie con il cantante di XFactor, ma saputo della sua dichiarazione dei redditi, lo manda al rogo, felice di gettarlo giù dalla torre in nome della giustizia sociale, sebbene all’amico che gli ha domandato duecento euro in prestito abbia detto di avere l’acqua alla gola.

è solidale l’italiano. sempre il nipote di quello che ha messo via fez e camicia nera al momento giusto. è femminista, sebbene sua madre abbia lavato i pavimenti in ginocchio fino all’altro ieri, mentre il padre ruttava in poltrona leggendo la Gazzetta dello Sport.
e adesso dispensa consigli, perché siamo tutti opinionisti, ed è chiaro come il sole che chiudendo Sanremo gli Sponsor daranno i quattrini ai terremotati. perché basta un po’ di logica.

e quindi, giacché l’italiano conosce approfonditamente solo la musica di XFactor, ama l’arte ma il biglietto del Museo non lo paga, legge ma soltanto i bugiardini delle medicine, sa di recitazione ma non ha mai messo piede a Teatro, non mi meraviglierebbe se proponesse di eliminare anche gli scarsissimi fondi che ci restano (teatri chiusi, orchestre soppresse da anni, compagnie di balletto inesistenti, cori ammutoliti), per mandare le attrici a prostituirsi sulla Salaria, i jazzisti ai mercati generali, gli scrittori a “fare i cartoni”.

 

c’è miseria e miseria

confesso che non ne posso più. ed è anche più terribile riuscire a superare gli eventi, che anche se non mi riguardano in prima persona mi fanno malissimo, quando devo risolvere misere questioni di danaro con misere persone. perché il problema sta anche qui. che non solo non siamo in trincea perché la trincea è ovunque, che non sentiamo i colpi di mortaio e non abbiamo armi per poter reagire, ma dobbiamo anche badare alla nostra esistenza quotidiana come se nulla fosse, e farci insozzare dalle miserie di chi ha la fortuna di restare in vita, dall’avidità di chi in assenza di fede, e preghiera, e forse anche di letteratura, tratta gli affari e i propri guadagni come fosse la sola cosa che importi.

allora parlo di questo. non scrivo di Nizza, dove mia sorella ha vissuto ed io amato. non ho voglia di ricordare la Promenade dove tutte le sere incontravo Nic, giovane tunisino bellissimo e infoiato che mi voleva sposare.

vi racconto un’altra guerra, quella tra poveri, senza morti ammazzati né rivendicazioni di gruppi terroristici, la cui arma è l’avidità, il pettegolezzo usato da irreprensibili occidentali di nascita cristiana, per screditare chi è in difficoltà e non abbia l’aspetto di un bancomat. persone, che si dicono artisti, perché è di questo che io vivo da 30 anni ed è questo il mio ambiente, che parlano di principi acquisiti e leggi sindacali andando contro chi, fino a ieri, poteva elargire cachet altissimi e oggi è in difficoltà, e non può  pagare l’amico artista per la serata che è andata in vacca causa pioggia.

e ci sono. esseri abietti entrati nel mondo dell’arte attraverso mezzucci, artistoidi malpensanti e sicuramente del tutto privi di talento e della capacità di entrare nella storia. gli stessi che sparlando e godendo della mia disgrazia, quella di aver sposato un cretino megalomane, anni fa mi hanno portata a non essere lucida e ad agire avventatamente pur di farli star zitti.

eppure io conoscevo il mondo dell’arte che era solidarietà, comprensione, miseria condivisa, strette di mano.

gratis ci si diverte tra amici

si discuteva a cena su quale sia l’etica di un artista. il signore in questione sosteneva caparbiamente che un artista non può esibirsi davanti ai nemici politici o farsi pagare da gente di malaffare. alla mia provocazione: se ti stampasse Mondadori o Rizzoli (e quindi Einaudi & so on), tu cosa faresti, lui ha ipocritamente alzato il mento affermando che “no signore, no, mai sia”. ecco, io invece sì. farei l’editing anche a Bruno Vespa. correggerei bozze perfino ad Asia Argento.

per secoli, e parlo della categoria cui in fondo ancora appartengo, per secoli siamo stati trattati come appestati e sepolti fuori dai cimiteri, esiliati e disconosciuti dalle famiglie fino a non più tardi degli anni ’50, quando fare l’attrice significava essere una puttana ed essere una puttana non era come oggi motivo di vanto o attività da inserire sul curriculum assieme al listino prezzi delle prestazioni sessuali. siamo stati definiti ipocriti. e ora io dovrei aderire all’etica del non si lavora per il nemico?

io lavoro per chiunque paghi. e anzi lavoro soltanto per chi paga. perché funziona così: se sono un artista (giornalista, attore, musicista, scrittore) mangio di ciò che produco. se non mi faccio pagare (il libro, lo spettacolo, la prestazione professionale) sono un dopolavorista, se sono un dopolavorista e lavoro gratis sono anche un crumiro e uccido l’arte.

Wes Montgomery, uno tra i più grandi chitarristi di jazz, affermava di essere diventato un professionista  suonando quotidianamente stamponi (in gergo: standard di jazz triti e ritriti) ai matrimoni più sontuosi e poveri della città per dare da mangiare ai suoi numerosi figli. ma basta fare un passo indietro per sapere che il discorso di etica e politica per noi artisti non può stare in piedi, perché senza i “padroni”, i mecenati, senza cioè i principi sanguinari, i duchi e le regine capricciose, non avremmo mai avuto il Louvre, o Sgarbi, né senza i Papi (che tutto erano fuorché uomini di fede), avremmo i capolavori d’arte che sono la nostra unica ricchezza.

per cui la mia etica sta soltanto nel far bene il mio lavoro, e nel dire, come i buffoni di corte, tutto ciò che penso.

scrivi come mangi

salvo poi rendersi conto che non tutti mangiano per riempirsi, né lo fanno esclusivamente ingerendo pasta asciutta e fettine di vitella, mi domando cosa resterà della letteratura se ridotta a cronache scialbe e senza progetto, senza sogno né poesia.
non possiamo uniformare tutto a un unico modello, ossia l’uomo -inteso in senso universale- e le proprie poco interessanti epiche quotidiane.

quando chiudo i social è tutto un rimestare tra Amazon, Anobii e riviste letterarie, tra elenchi di autori che non ho mai sentito nominare, come loro non hanno sentito nominare me, e che pure hanno all’attivo decine di pubblicazioni ma sono dispersi nella fanghiglia editoriale, che pubblica a getto continuo alla ricerca dell’autore da “botto”.
ma se uniformi il teatro alla televisione ottieni la fine del teatro, e così con la letteratura, tolte digressioni, citazioni (tanto in odio ai consumatori ignoranti) e ricerca linguistica che cosa resta?

quando elimini la magia, che è nella complessità dell’uomo (sempre inteso in senso universale), composto di paure, manie, tic, piccole perversioni, non resta che una telenovela troppo semplice all’interno della quale personaggi stereotipati (su misura del pubblico poco alfabetizzato) si muovono alla ricerca di finali poco scontati.
perché per la nuova editoria il colpo di scena è tutto. e la Bovary più che suicidarsi si sarebbe dovuta far trovare da Charles a letto con la cameriera.

perché tolti i monologhi interiori e le atrocità che albergano nell’uomo semplice che cosa rimane?
è possibile che per adeguarsi al pubblico (che comunque NON compra) e al neo moralismo, si debba tralasciare la complessità della nostra lingua e soprattutto le mille sfaccettature della psiche umana?