TV

non dovete prendervela con l’arroganza altrui, sempre lì su twitter a minacciare di far scendere la gente dal piedistallo.

certo l’atteggiamento di superiorità è comunque osceno ed è sempre punito dagli dei, ma che qualcuno pensi di essere un po’ meglio di altri perché legge il quadruplo, perché ragiona meglio, perché passa il  proprio tempo a svolgere attività intellettuali, è anche possibile. in una società di teledipendenti e social dipendenti e figa e cazzo dipendenti e coca dipendenti, perché non se ne parla più ma il traffico di coca continua a essere ben redditizio, ci vuol pure chi pensa per gli altri. e non è cattiveria, giuro, basta calcolare con onestà il tempo che riuscite a ricavare per costruire un pensiero indipendente che non sia quello della Gruber, o di Ferrara, o di chi so io. basta domandarvi qual è l’ultima volta che avete scelto un romanzo dall’incipit e non perché ve l’ha detto Fazio o la De Gregorio.

vi va in pappa il cervello. mi è bastato campeggiare poche ore da una vicina che aveva necessità di una consulenza per il giardino per capire che siete pazzi. si calcola che nelle famiglie normali abitate da anziani ci sia un televisore acceso sin dal mattino, spesso due. io le ho dovuto domandare  di togliermi dal campo uditivo quel fastidioso basso continuo. è perciò che il libro di Riina è primo in classifica. nonostante i vostri cartellini di minaccia. o che gli editori pubblicano soltanto storiacce vere, per dar modo al lettore del sabato di masturbarsi in santa pace sui più efferati delitti Made in Italy. quella pettegola della Leosini  è osannata sui social, le dive del venerdì trattano con piglio stucchevole ciò che andrebbe duramente denunciato e risolto, così che la coscienza di tutti si senta a posto.

siam sempre lì, usare il mezzo o renderci sui schiavi fa la differenza tra chi pensa e chi no. se c’è gente che va dall’estetista per farsi poi i selfie allo smalto, e ce n’è, non saremo mai in grado di scegliere tra la bugie e  verità.

cinismo

proprio nell’era dell’informazione, quando tante le notizie e curiosità (e bufale) sono a portata di mouse, la maggior parte si fida della propria memoria e della capacità di ragionare, digitando inesattezze e controsensi che ottengono anche il favore di molti.
ma il ragionamento non supportato dal sapere è pericoloso per natura. è arrogante, per usare un sostantivo caro ai populisti d’oggi.

ieri un tizio affermava che “cinici sono quelli che non sono ancora arrivati”.
ecco, sì, lasciando perdere le domande ovvie sull’arrivare”: intanto dove?, per cosa?, come?, e soprattutto: sei così certo che per tutti sia così importante “arrivare”?, chiedo ancora, al tontolone portatore di filosofia casereccia che però sulla Time line decide di non rispondermi: quanti personaggi “arrivati” hai conosciuto per poter affermare una cosa del genere? credi sia un male essere cinici?

ma di norma succede il contrario, chi “non arriva” è deluso, disperato, frustrato. non possiede l’energia per essere cinico. è anche possibile si suicidi senza fare troppo rumore. basta leggere l’elenco degli scrittori che sono stati ignorati da editori e pubblico per farsene un’idea. sono invece “i celebri”, gli osannati,  gli uomini e le donne di successo a essere ciniche, che pensano cioè, e possono pensarlo, di poter fare a meno del mondo intero per sopravvivere ed essere felici.

perché infine è questo che significa essere cinici.
il cinismo è autarchia del cuore, significa pisciare in testa agli altri senza preoccuparsi se prenderanno freddo.
sono quelli che hanno iniziato dal nulla per farsi largo tra i cadaveri putrescenti dei propri detrattori alla conquista dell’assoluta felicità, i cinici; quelli che hanno praticato con enfasi qualunque delitto pur di firmare un contratto in esclusiva.

chi non si è mai realizzato ha ancora bisogno degli altri. cerca gli altri, il loro apprezzamento, l’appoggio, il loro amore.

L’editoria dei poveri

Alberto Castelvecchi mi diceva sempre che un bravo editore è come un parafulmine, un tramite tra autore e pubblico. Un medium. E’ colui che intuisce la domanda e anticipa l’offerta. E’ una persona che prima di tutto ha rispetto per l’autore, comunque scriva e chiunque sia. Che ha naso e sensibilità.
Beh, credo che Alberto parlasse del passato remoto.
Anzi, forse dei primi del secolo scorso.
Perché non è più così.
Ci sono mega gruppi editoriali difficilissimi da raggiungere, oppure minuscoli editori per l’80% con grossi problemi di cassa e di Ego. E’ un mercato ormai selvaggio frequentato per lo più da chi è stato estromesso dal “commercio ufficiale” e cerca di ricavarsi un posto, di grattare fette di pubblico e piccoli consensi. Un mercato condotto da chi ha masticato fiele. Che è arrivato a pubblicare bene ma mai abbastanza e che non vedeva l’ora di ottenere il piccolo potere da esercitare magari durante la festicciola tra trentenni universitari, allungando la mano sulla scrittrice in erba.

Questa è l’editoria di oggi, quella dei grandi padri della letteratura ma soprattutto di chi ha provato a sfondare ovunque, in radio, in cinema in tivù e non ci è riuscito. Da chi vuol fare pagare agli altri i rifiuti che ha ricevuto.
Che è troppo giovane per tirare i remi in barca e decidere di farla finita e troppo vecchio per cercare di essere felice.
Che fa l’editore pubblicando OVVIAMENTE “testi non facilmente inquadrabili nei rigidi settore dell’editoria ufficiale, quella che si trova all’ingresso delle grandi librerie”.

Insomma, questo mi risponde dopo 2 ore e trenta dall’invio del manoscritto.
Ma non lo fa per generosità, non lo fa per gentilezza.
Lo fa per livore, perché come una cretina ho iniziato la mia letterina di presentanzione scrivendogli di aver conosciuto la sua casa editrice grazie al post di un amico.
Lo fa con cattiveria, perché le note di copertina del mio primo romanzo sono state scritte da due Scrittori che stanno sugli scaffali delle grandi librerie.
Lo fa perché gli ho scritto che nonostante il mio fallimento imprenditoriale mi sento una vincitrice.
Lo fa perché, evidentemente, non ha proprio un cazzo da fare.

Ed è esattamente ciò che gli ho risposto.

I talent della mostruosità

Chi mi conosce sa quanto io detesti i talent show. Sono tutto ciò che chi ha studiato arte, e magari lo ha fatto a lungo, non vorrebbe mai vedere né vivere. Competizione ed esibizionismo allo stato puro, gare che non prevedono tempi di riflessione, maturazione e azione.
I talent show sono un modo sbagliatissimo per trovare opportunità che si rivelano comunque fuochi di paglia, scritture che durano sei mesi e basta. Giudici di gara che meriterebbero di tornare a studiare anziché puntare il dito su qualcuno, che dovrebbero quantomeno giudicare chi è nel proprio ambito, o altrimenti fare qualche anno di Conservatorio.

Ma se dico così, l’italiano medio, ma anche il giovane professionista, mi aggredisce, inveisce, si offende.
Urla: è l’unica opportunità che abbiamo…
Rispondo:ma tu che cosa ne sai…
Format tutti uguali di mistery box e confessionali dove ognuno parla male dell’altro. Nessuna sorpresa, tutto perfettamente messo in scaletta, come se il bello dello dello spettacolo non fosse proprio nella sua spontaneità, nell’improvvisazione.
Invece, come burattini parlano leggendo cartelli che vengono messi davanti ai loro occhi e l’italiano applaude. S’illude di avere davanti la verità come il concorrente s’illude di trovare visibilità.
L’esempio lampante di quanto questa robaccia non funzioni è stato Nikola Savic.
Chi è?
Ecco.
Appunto.

L’arte non va praticata per arrivare alla notorietà. Per quello basta salire nudi sul Colosseo. Basta farsi l’amante i politica, basta arrivare in tivù.
Chi frequenta l’arte cerca la perfezione. Aggiunge tasselli. Migliora sintassi. Cresce.
Il mito della gioventù a favore dell’esperienza porterà a un impoverimento esponenziale.
Scompariranno gli artisti del circo. I vecchi “gigioni”. La tradizione. Il buon Maestro.

Per cui, se COME MOLTI DI VOI AFFERMANO: soltanto un genitore può capire l’amore per un figlio, allora lasciatemi dire che soltanto un artista può capire il valore dell’arte.
Torniamo a scuola, prima di andare ad esibirci.
Studiamo, prima di decidere chi mettere su un podio.
La tradizione va preservata e la televisione usata. Non guardata.

Bontà

La bontà si evince  e si esprime con atti concreti e non a parole, non ha niente a che vedere con la morbidezza di giudizio né con la tolleranza. E’ di gran lunga più efficace aiutare qualcuno dicendo una fastidiosa verità piuttosto che una comoda bugia, eppure saremo considerate persone “buone” solo assecondando e lasciando correre.

Il vero Maestro usa il bastone per aiutare l’allievo.

Le persone più importanti della mia esistenza sono quelle che mi hanno ostacolato e scoraggiato, che mi hanno detto fin dall’inizio che l’arte non paga e mi hanno insegnato che l’illusione è nemica tanto quanto la mancanza di autocritica. Così ho imparato a diminuirmi di valore per lasciarmi sorprendere dal giudizio degli altri, di quei pochi che stimo e che a fatti e mai a parole, con la loro vita, mi sono stati di esempio.

Eppure, quando mi capita di dover dare un giudizio -dall’abito dell’amica al testo che mi sottopongono- evito di dire apertamente la verità. Oggi è più complicato, le critiche sono viste come un’atto distruttivo. Perché oggi è necessario vincere, e per vincere e vincere facile basta un talent show, il carattere di un aguzzino e una faccia come il culo.