umane fregature

per me vale sempre che “ognun dal proprio cuor l’altrui misura”.

quindi, a ogni mia pubblicazione, manco poi uscissi per Mondadori e fossi promessa allo Strega, iniziano a gravitare attorno al mio metro e cinquantotto, e al mio profilo FB, uomini e donne “fregatura”. si avvicinano con like insistenti, manco portassi verità assolute; discutono in mia difesa, se capita; s’introducono tra i messaggi di posta, affermando che la mia prosa val più di quella di milioni di “altri autori osannati dalla critica”; infine, carpiscono la mia attenzione con l’esca più prelibata per una senza santi in paradiso: la conoscenza del famoso Editore e del famosissimo Agente. ma non un’amicizia superficiale, no, la mia fregatura e il personaggio famoso sono sempre amici per la pelle.

l’uomo fregatura mi toccò l’anno scorso. uno che sembrava un assassino seriale e millantò relazioni intime con gente come Franchini e Santachiara. prima mi soffocò di elogi, poi finse di seguirmi nella stesura di un romanzo, proprio Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita per Castelvecchi), ma sul quale, a parte pochi consigli di cui feci tesoro, non ha mai suggerito correzioni. dopo aver avuto il saldo per il suo “editing”, sparì così com’era arrivato, con tanto di falsi contatti per le agenzie letterarie.

dopo una fregatura, di norma, faccio più controlli. invece quest’anno si è palesata sotto forma di femmina. mi disse di avere più amici nella critica letteraria che capelli in testa. le inviai una copia di Pioggia Dorata, a lei e al critico amico suo, che non scrisse nulla per “motivi di salute”. grazie a lei ho scritto anche un bel racconto che però non ha vinto un cazzo, né lei, nonostante le lunghe email di apprezzamento su Pioggia Dorata, ha mai scritto due merdosissime righe su Amazon, o ANobii, non dico per Satisfaction. infine,  la mia fregatura ha iniziato a palesarsi scrivendo commenti astiosi sotto ogni mio post, manco avesse capito soltanto ieri la mia posizione nei riguardi delle donne.

lo stile di una scrittrice finora sensibile e originale, cade sulla testa degli imbecilli che credono nelle favole. questo, il mio epitaffio.

il narcisismo degli altri

vogliono leggere storie vere ma che raccontino di poveri disgraziati e gente morta ammazzata, eroi di periferia, insomma vincitori tra i reietti, perché alle autobiografie di uomini valorosi, scrittori di successo, borghesi radical chic o attrici superbe, la massa critica storce il naso oltre il quale generalmente non vede.

stanno sui social, come minimo TRE, si fanno ottocento selfie al giorno, anche prima del riposino pomeridiano, così che ci si contatti in privato per un ditalino digestivo, e poi scrivono che “le altre” sono tutte troie, e che le donne dovrebbero lasciare gli uomini violenti altrimenti basta lamentarsi, e andassero a dirlo di persona a Gessica, sfigurata, che forse non riacquisterà la vista.

concepiscono nottetempo frasi pensate per suscitare ilarità e retweet, ma si ritengono spontanei. come selfarsi vestiti da lady Gaga e affermare di avere indossato la prima cosa trovata nell’armadio. conoscono la politica attraverso la colonna dei #TT ma parlano di rivolta sociale e di ideologie.

non hanno letto che i Promessi sposi al liceo ma scrivono recensioni su Anobii dando dell’autoreferenziale perfino a Murakami che più che mettere al servizio del lettore la propria fantasia non fa; scrivono romanzi che vengono anche pubblicati, perché semplici e pieni di banalità. in caso contrario pagano un’agenzie mille euro soltanto per la lettura, perché il mondo è cattivo e ce l’ha con loro, non con l’uso errato del “piuttosto che”, o per la difesa a oltranza del pensiero unico, ossia il loro.

qui Pioggia Dorata, su carta e ebook

scrivi come mangi

salvo poi rendersi conto che non tutti mangiano per riempirsi, né lo fanno esclusivamente ingerendo pasta asciutta e fettine di vitella, mi domando cosa resterà della letteratura se ridotta a cronache scialbe e senza progetto, senza sogno né poesia.
non possiamo uniformare tutto a un unico modello, ossia l’uomo -inteso in senso universale- e le proprie poco interessanti epiche quotidiane.

quando chiudo i social è tutto un rimestare tra Amazon, Anobii e riviste letterarie, tra elenchi di autori che non ho mai sentito nominare, come loro non hanno sentito nominare me, e che pure hanno all’attivo decine di pubblicazioni ma sono dispersi nella fanghiglia editoriale, che pubblica a getto continuo alla ricerca dell’autore da “botto”.
ma se uniformi il teatro alla televisione ottieni la fine del teatro, e così con la letteratura, tolte digressioni, citazioni (tanto in odio ai consumatori ignoranti) e ricerca linguistica che cosa resta?

quando elimini la magia, che è nella complessità dell’uomo (sempre inteso in senso universale), composto di paure, manie, tic, piccole perversioni, non resta che una telenovela troppo semplice all’interno della quale personaggi stereotipati (su misura del pubblico poco alfabetizzato) si muovono alla ricerca di finali poco scontati.
perché per la nuova editoria il colpo di scena è tutto. e la Bovary più che suicidarsi si sarebbe dovuta far trovare da Charles a letto con la cameriera.

perché tolti i monologhi interiori e le atrocità che albergano nell’uomo semplice che cosa rimane?
è possibile che per adeguarsi al pubblico (che comunque NON compra) e al neo moralismo, si debba tralasciare la complessità della nostra lingua e soprattutto le mille sfaccettature della psiche umana?

aNobii la voce della superficialità

il guaio è che le poche persone che leggono lo fanno anche male. ho sempre dichiarato che i social sono generatori d’invidia, e aNobii non fa eccezione. avere un’opinione non equivale ad averla giusta, e il fatto che possiate esprimerla pubblicamente vi rende semplicemente più asini. tra le decine d’imbecilli che si affrettano a scrivere giudizi poco oggettivi su un’opera,  per non dire del tutto fuori tema, c’è  qualcuno che il romanzo o, come in questo caso le “memorie”, lo ha letto dalla prima all’ultima pagina -postfazione compresa- mettendo da parte il proprio ego.

con la totale mancanza di comprensione del testo dei fanatici delle presentazioni e degli hashtag letterari della “Casa dei lettori” mi ero scontrata leggendo le recensioni di “A perdifiato” di Covacich, per Murakami speravo meglio. ossia che il salumiere con velleità artistiche si risparmiasse almeno letture così distanti. sbagliato. così mi sono trovata a scorrere centinaia di parole inutili, di accuse false e cattiverie da parte di chi, non ci fosse questa moda del cazzo di fare gli scrittori ed essere costretti a esibire i dieci libri sul comodino, se ne starebbe comodo comodo a guardare “l’eredità” e senza fiatare.

le accuse ricorrenti sono: arrogante, narcisista, noioso, si comporta da giapponese, che due palle.

credo che un autore che vende MILIONI di copie in tutto il mondo, abbia MILIONI di fan felici di leggere qualcosa di lui: schivo, solitario, DISCRETO.  arrogante?, uno che per tutto il tempo non fa che elencare i propri difetti? Narcisista? uno che dichiara di aver scritto delle memorie e lo fa, appunto, all’apice della carriera? alla signorina che pensa di conoscere ii giapponesi, suggerirei un buon paio di occhiali da lettura, e di correre 28 maratone accontentandosi di migliorare, come fa Murakami. al signor “du palle”?, beh, nessuno lo obbliga a leggere Murakami quando dovrebbe leggere Tex.

detto ciò, trovo “L’arte di correre” un libro molto piacevole,  perfetto per un viaggio, leggero, breve e pieno di indicazioni utili per chi corre e per chi scrive. ricordarsi di spegnere il proprio ego ipertrofico sarebbe buona norma per ogni buon lettore. evitare di pensare di essere meglio di chi ha raggiunto la celebrità (raggiunto e non ottenuto, se capite la differenza), sarebbe un esercizio zen da non trascurare.

e come scrisse Mark Twain : Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo è assicurato.