storie di burini e amore

non so che cosa spinga un essere umano pacifico ad acquistare una moto che fa tanto insensato rumore. perché il rumore è perfino accettabile se serve a scavare strade, a costruire palazzi e ponti. ma per il mio vicino, evidentemente no, e la sua marmitta di merda è il prezzo da pagare per questa estate già inclemente. qualcuno deve averlo convinto fosse il top, lui che martella a tutte le ore come fosse l’unico abitante del paese, il loro cane che abbaia anche ai piccioni, e la moglie che, anziché farlo smettere, abbaia più sguaiatamente del cane.

ma non so di preciso che cosa spinga un cinquantenne anguillarino a montare sulla sua moto, infilarsi il casco, allacciarselo, uscire dal proprio garage e dal cancello a motore spento, tirare su la lampo del chiodo in ecopelle, chiudere il cancello, estrarre lo SmartPhone ultranuovo dalla tasca, chiamare non si sa chi, accendere il marmittone di merda e restare come un coglione davanti al suo cancello, a cinquanta centimetri dal mio curatissimo giardino e dalle gatte, con motore acceso e cellulare all’orecchio.

ieri sera ho urlato. oggi ho sfidato ogni pericolo e sono uscita in pigiama, (un cotone lilla dignitoso), mostrandomi dietro il cannucciato con tazza di caffè in mano e faccia allibita. ma l’idiota non capirà che c’è gente che magari torna dal lavoro alle quattro del mattino. l’idiota vede da sé alla propria marmitta di merda, il resto gravita attorno al proprio rumore, e pensa che alle 08.30 del mattino lui abbia tutto il diritto fare come gli pare, anche far scorreggiare la sua cosmica marmitta mentre la madre gli detta la lista della spesa.

se scrivesse un romanzo (e forse lo ha già in stampa), il nostro burino scriverebbe che l’amore è la cosa più bella che c’è, ed è l’unica che conta, ed è sacrificio. della moglie però, e mio.

sabato ti porterò sul lago per insozzarlo per bene

io corro, ogni mattina parto da qui e faccio un percorso di circa sei chilometri tra salite e discese.
qui ci sono più bestie che persone, il che significa che la mia corsa è accompagnata dai saluti -talvolta sorprendenti- degli amici pelosi, botolini e non, che si affacciano ai cancelli delle ville. dai fiori, tanti, perché qui le persone son riservate ma ci tengono ai propri giardini pieni di dalie, ortensie, petunie e rose. e tengono ai vecchi, che mi salutano alzando lo sguardo dal giornale.

il bello di Anguillara Sabazia, cui facevamo il filo in verità da anni, sono gli anguillarini, i discreti abitanti del lago. quelli che passeggiano in “piazza”, che per noi è il lago di Bracciano, raccontandosi i fatti della giornata e commentando di politica.
sul lungo lago passeggiano ogni giorno gli stessi personaggi. Tommy e il suo padrone Giovanni, un ex atleta che mi dà consigli sugli esercizi per l’epicondilite, la mamma della botolina Betty che a casa ha anche cinque gatte, il papà di Willie, microcane che al contrario di tanti suoi colleghi non ha l’abbaio isterico, Salvo, con cui chiacchiero della tecnica migliore per il canottaggio.
e ce ne sono a decine di cani e gatti che ancora non ho conosciuto, ma di cui saluto i padroni, come si fa nei paesi, perché qui ci si conosce proprio tutti.

tutti, a parte gli stranieri, i romani che portano soldi ai commercianti, sì, ma che vengono con il loro cesto da pic nic per lo più a insozzare il lago, e la cui spazzatura io raccolgo, quale sostenitrice dell’educazione civica applicata singolarmente nonostante la “cafoneide” generale, ma che mi auguro d’infilare nella bocca del primo “insozzatore” che vedrò gettare un bicchiere di plastica vicino alle acque pulite del lago.
perché io una mano la do volentieri, cari incivili lanciatori di pannolini dei vostri urlanti neonati, aiuterò ogni mattina a limitare i danni della vostra imbecillità partendo da casa con la bustina da riempire di VOSTRI rifiuti, ma la mano la spezzerò con vigore -assieme alle braccia- a chiunque dovessi sorprendere nell’atto di abbandonare la bottiglia d’acqua in riva al MIO lago. a chiunque vedessi alzarsi pago, dopo una giornata di sole, e lasciarsi dietro la propria merda.

la televisione della De Filippi non ha ancora aiutato i trogloditi, gli stessi che poi si “selfano”, e che “laikano” a più non posso le petizioni ecologiste, a capire il senso della parola “civiltà”. è perciò che vorrei si ritornasse al web 0.0, affinché la massa delle capre nullafacenti ricominciasse a brucare il prato della propria ignoranza anziché illudersi di essere civile perché in grado di commuoversi alla vista di un cane malmenato.