tienitelo pure

quando abitavo in via degli Ibernesi conobbi un simpatico cinquantenne, frequentavo ancora la Silvio d’Amico e lui era un padre di famiglia, un imprenditore (stai tranquillo, C., so che mi leggi con terrore tutti i giorni e hai comprato anche i miei libri, ma mi puntassero la pistola contro non farei mai il tuo nome).
C. aveva una bella moglie che si occupava dei figli adolescenti, era uno che voleva la pischella da esibire più che altro con gli amici, da buon “cummenda” faceva glamour avere una border line di cui occuparsi, cui allungare ogni tanto i soldi per l’affitto, benché fossi abbastanza viziata da non averne bisogno.

allora non conoscevo la sofferenza della cinquantenne abbandonata, quella poi declinata dalla narrativa italiana fino alla nausea da Ferrante alla Stancanelli passando per centinaia di tristi autofiction; l’afflizione che toglie il fiato e che ho vissuto io stessa ma sedici anni dopo, quando quell’imbecille del mio primo marito mi lasciò per una venticinquenne perfino bruttarella; non sapevo, da giovane attrice rampante, quanto facesse male il dolore che più che altro è orgoglio ferito, che è disorientamento, che è paura del vuoto che l’assenza ingombrante di uomo, seppure egocentrico, noioso, pieno di malattie psicosomatiche, lascia.

ma quando ascolto certi discorsi da Metropolitana sulla capacità di “tenersi” un uomo, di non lasciarselo scappare, capisco che nel linguaggio si annida la nostra piccolezza di donne del sud, la nostra incapacità di prendere un tegame e sbatterglielo in testa alla prima battutaccia, anziché ingoiare disattenzioni e infelicità pur di “tenercelo vicino”, in casa, nei pressi, magari ingrugnito e indifferente.
è nei selfie quotidiani su FB che manifestiamo tutto il nostro bisogno di attenzione, la nostra necessità di essere accompagnate da un uomo, sia pure uno stronzo.
perché è la maledetta mancanza di lavoro, la politica di questa nazione retrograda che non ritiene l’occupazione femminile una piorità, l’unica catena che ci lega veramente a un uomo, che ci mantiene nell’incapacità di essere autonome e andare via, sbatterle la porta in faccia, come fece con me la moglie di C., e dire alla giovane amante: tienitelo pure.

amanti

che alla notizia del mio matrimonio i miei ex amanti si siano sentiti sollevati è indubbio. in amore sono stata più coraggiosa di una guerrigliera di prima linea. più discreta di un agente del controspionaggio. più insistente di un venditore della Folletto. crescendo sono cambiata, almeno in apparenza, ma la mia ossessione puerile a volere chiunque mi fuggisse è durata ancora molti anni. la pretesa di essere più bella e amabile di qualunque altra donna è ciò che ha determinato il mio destino per tanti versi comico.

a quindici anni i miei appostamenti erano tutti dedicati ai migliori amici di mio padre. sedurli era come sedurre lui. averli, finire nei loro letti dalle lenzuola profumate di adulto, al mattino, quando i miei mi credevano indaffarata con il compito di greco, significava farmi fare un mucchio di regali, vederli piangere sotto il peso del senso di colpa e vincere mia madre, la sua ossessione per la mia indole trasgressiva e per le chiacchiere della gente. il trionfo di Freud, di tutto un mondo interiore che oggi non esiste più, e delle malelingue.

in amore ho insistito, ho pazientemente atteso, a volte ho urlato, ma ho sempre vinto. nessuno dice di no a un’offerta d’amore insensata. nel corso della mia esistenza ho sedotto uomini in divisa, pluridecorati e integerrimi, critici teatrali, medici dal curriculum senza macchia, parlamentari e scienziati. una volta seguii un Monsignore che viaggiava sul 64.

gli amanti muti

a parte un’ora di corsa di circa 6 Km sulla pista ciclabile non mi muovo granché. devo inviare la bozza corretta all’editore entro il 15 e poi qui a Cortina mi manca da vedere poco, e dato il mio scarso senso dell’orientamento evito di fare escursioni da sola per non dover chiamare il soccorso alpino e farmi sgridare dai simpaticissimi veneti, che Zaia, in confronto, è Mr sorriso. così non mi rimane altro da fare che preoccuparmi per gatte e maschio rimasti a casa e raccontarvi ciò che vedo. tipo le librerie della stazione. a Venezia Mestre cercavo Parise, volevo regalare a mia madre “L’odore del sangue” che, ovviamente, non c’era, ma ecco che cosa ho trovato: Soncini, Piccolo, La Gioia, De Giovanni, Piccolo, Piccolo, De Giovanni. Infine una marea di Romance: “senza te”, “con te”, “sotto di te”, “sopra di te”, “accanto a te”, eccetera. non mi meraviglio perciò per lo spettacolo cui ho assistito ieri sera. Una coppia di “alti” senza fede al dito. lui, quarantenne alto oltre i due metri, in pantaloni scozzesi e giaccone in lana cotta, faccia lunga alla Marco Balich, dentoni rifatti e sguardo da ricco. lei, trentenne non rifatta ma artefatta, alta, tacco vertiginoso, capelli gonfi alla Bardot su capoccione alla alien, vestita da prima alla Scala, non da ristorante pizzeria in alta montagna. io, rivolgendo spesso lo sguardo al mondo fuori, chiacchieravo con mamma godendomi lo spettacolo di due adulti che non hanno un cazzo da dirsi. lei lo Smartphone lo teneva sulle ginocchia e sorrideva tra sé digitando qualcosa. lui il suo Iphone lo teneva sul tavolo, scorreva la home. così fino al dolce, così, anche dopo, quando si sono avviati non so dove tenendo lo sguardo sui loro dispositivi. forse anche dopo, a letto, magari dando un’occhiata alle notifiche tra una scopata e l’altra. breve, per carità.

tutte le storie sono vere.

Tutto le storie sono vere, specialmente quelle inventate. E le storie più vere sono proprio quelle che non puoi fare a meno di raccontare: a tua moglie, a tuo marito, al tuo uomo, alla stronza che sta a casa a spazzare i pavimenti e che accudisce i bambini. La cruda verità sta sempre nella mezza bugia, quella sulla ragazza che hai incontrato al bar ieri mattina, per esempio, che anzi piangeva davanti al bar da cui l’avevano appena licenziata, cui hai porto il fazzoletto e che ti ha abbracciato come un padre, che infatti come un padre hai deciso di aiutare assumendola in ufficio, e che è tanto sveglia, e intelligente, e utile.
Di lei non farai che tessere lodi ogni giorno, ogni volta che tornerai a casa. La inviterai a pranzare con la famiglia, la spingerai a farsi amica tua moglie.
Vorresti se la leccassero tra loro per quanto le ami entrambe: la moglie che ti accudisce e la ragazza che t’impazzisce.
E’ così. In fondo che cosa c’è di male. Un giorno potrai dire che le avevi detto tutto, le potrai rinfacciare che è stata lei a non aver letto i segnali.

Quando ti innamori di qualcuno oggi, non puoi non farne partecipe chi hai amato fino a ieri.
Non puoi non giustificarti con lui elencando tutti i lati positivi del tizio che hai conosciuto in spiaggia. Sì, solo un amico, no, niente di che a parte grandi pettorali, a parte la generosità che dimostra verso la sua ex moglie, a parte il suo sguardo, che soltanto quello ti fa venire.
Dirai di lui al tuo uomo per farlo ingelosire, perché magari provi di nuovo a fare l’amore. Gli racconterai tutto del tizio che al terzo giorno che ti ha vista indaffarata con l’ombrellone si è precipitato ad aiutarti, che poi ti ha offerto il caffè e che un giorno ti ha portata a largo in pedalò e soltanto per prendere il sole.

Siamo così stanchi di mentire e così propensi alla condivisione che di loro lasceremo a bella posta tracce sul computer. Come serial killer cerchiamo il modo migliore per farci scoprire. Il solito sms volgare.

Anche noi proletarie scopiamo con gusto.

Nonostante per farsi un amante si debbano spendere un bel po’ di quattrini in parrucchieri ed estetiste, per superare l’ansia da prestazione che televisione e social e Renzi (con il suo slogan sulla rottamazione degli anziani) hanno messo addosso a qualunque femmina abbia più di trent’anni, noi proletarie riusciamo comunque a scopare di gusto.
Eh no, perché pare che la fica ce l’abbiano soltanto loro.
Quelle che guadagnano vitalizi e pensioni d’oro a soli 40 anni.
Certo scopare è complicato per noi vista l’offerta ricchissima di fica multietnica e multifunzionale e i prezzi altissimi di alberghi e pensioni. Però ci riusciamo.
Siamo un esercito di donne pacate ed esperte alla disperata ricerca di una maledetta uscita di sicurezza da un’esistenza claustrofobica fatta per lo più di bollette del cazzo e liste della spesa.

E pensare che è stata proprio la politica a negare a tante di noi l’opportunità di avere una vita propria senza dover andare a far marchette in giro per sopravvivere.
Anche con il proprio marito, è ovvio.
Perché anche sposare chi non si ama è prostituzione. Nonostante sia una tradizione che portiamo avanti da secoli.
Nessuno ci pensa alle mogli che stanno h 24 sui social alla ricerca disperata di qualcuno veramente figo che sostituisca tutto ciò che non hanno avuto in vita. Lavoro compreso. Soddisfazioni e opportunità.

Però si scopa. Di tanto in tanto capita il cinquantenne non afflitto da “adolescenzite” o il trentenne novello sposo che vedono nelle nostre tenere zampe di gallina qualcosa di così autentico e sensuale da voler andare oltre, da chiederci un secondo appuntamento e da arrivare ad amarci. Nonostante non abbiamo i soldi per il lifting. Nonostante li costringiamo a cunnilingus nella Smart al limitare del bosco. Nonostante possiamo concedere loro soltanto un’ora, tra la “presa” del maschio da calcetto e quella della femmina da danza.