astinenze

i digiuni seguiti con serietà e prescritti dal medico fanno bene. comunque, nutrirsi continuativamente è dannoso, bisogna lasciare che le “molecole spazzine” abbiano il tempo di ripulire l’intestino dagli scarti prodotti, anche detti veleni: perché i nostri organi interni sono più intelligenti di noi e rifiutano tutto quanto è dannoso.

stessa cosa per l’amore. il popolare “chiodo schiaccia chiodo” non sempre funziona. il più delle volte il sostituto si rivela, appunto, soltanto un sostituto, una ruota di scorta che lascerà il posto a una ruota nuova e senza toppe. una pausa serve a riprenderci dall’abbandono, a riconquistare noi stessi, gli spazi che, stando in due, avevamo tralasciato, abbandonandoli all’incuria del tempo.

ho iniziato a scrivere nel 2009 per colpa di Alberto Castelvecchi (sì, colpa, non finirò mai di ripeterlo) e finora non avevo mai smesso, non mi ero mai presa una pausa. come ho detto alla preziosa editor che ultimamente ha valutato uno tra i miei romanzi, sono una persona fortunata a poter trascorrere le giornate a leggere e scrivere in una stanza tutta per me, tra bambole, ricordi e libri, e dove al mattino correggo testi altrui e al pomeriggio, tra candele e incensi, lavoro per me. scrivo ogni giorno per 3 o 4 ore. ho almeno 4 romanzi completi che non pubblicherò mai e 5 inediti che aspettano revisioni e pubblicazioni. quando il Man ha le prove, mi dilungo fino alle 23.00. cene, concerti, viaggi, sono una vera iattura per me, mi distraggono dall’unica attività m’interessi. mi sforzo, però, di avere anche una vita sociale. era così anche per il teatro. niente di nuovo.

ma perché le “molecole spazzine” della creatività potessero eliminare idee inutili e dannose, immagini e metafore e personaggi, dovevo cadere dal sesto gradino di una scala. un digiuno creativo durante il quale fare meditazione e ripulirmi. perché come diceva sempre Roberto Cotroneo: bisogna coltivare a maggese, far riposare la terra per avere raccolti più ricchi.

tra pochi giorni in libreria Io e il Minotauro, GiaZira Scritture

quiil mio sito: interviste, foto, racconti

 

io selfie mai

 

nel 2007, quando la mia vita fu cancellata da corna, botte, crollo dell’azienda e perdita di ogni  bene, sentii la necessità di ritrovare me stessa attraverso gli specchi, di ricostruirmi. il mio ex marito aveva annullato i miei reali interessi e la mia indole affibbiandomene una di suo gradimento. quando finalmente il Minotauro se ne andò, il mio inconscio risuonava come un palazzo disabitato. io non ero più.

abitavo in via Merulana, con il poco che le banche mi avevano lasciato, quando risposi a un annuncio di lavoro per la Castelvecchi. in Redazione feci il colloquio proprio con Alberto, il quale mi disse che mai e poi mai avrei dovuto fare la segretaria, piuttosto, con la vita che avevo, avrei dovuto scrivere un romanzo e intitolarlo Justine 2.0. poi giunse l’incontro con Roberto Cotroneo. quindi, quello più temuto con me stessa.

è stato un lavoro faticoso. ogni giorno prima di aprire il file di Justine 2.0 mi cercavo nello specchio per capire chi fossi diventata. poi postavo le foto su FB per ottenere gratificazioni, parlare con uomini e donne che mi raccontavano cosa vedessero di me. avevo dimenticato l’esistenza di un io e di un tu.

l’azione, il selfie, aveva un senso che andava oltre il mio risaputo narcisismo. l’azione è servita ed è bastata. adesso che sono solida, che per cercarmi non devo più guardarmi nello specchio, non ho più bisogno né di selfie né di carezze virtuali. e poi, son passati 10 anni.

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana

Justine 2.0 può essere richiesto scrivendo alla redazione GiaZira Scritture

la voce chioccia della politica

si dannano per la bocca, per i capelli, per il sottomento, per le ali di pipistrello, per l’abbigliamento, per i tacchi vertiginosi, ma mai nessuno che badi alla propria voce, strumento di seduzione tal quale piedi e gambe o un bel seno. il Man, che è musicista e direttore d’orchestra e didatta, rivolge il primo commento su anchorwoman (anchorman) e parlamentari alla voce: è deformazione professionale.

e se per mettere a posto gestualità ed eloquio, il più delle volte all’oscuro delle più basilari tecniche di retorica, si assumono il buon Alberto Castelvecchi (mio ex Prof) e lo staff di Public Speaking della Luiss, per quanto riguarda la voce si fanno spallucce e si passa oltre. eppure, una brutta voce può dire cose interessantissime che resteranno inefficaci. be’, sì, il più delle volte son stupidaggini o gaffe che è meglio restino inascoltate.

in cima alla classifica delle voci spiacevoli c’è sicuramente, e senza offesa, Giorgia Meloni al top di #PropagandaLive con le sue chiocciate, che ha scalzato Rosa Russo Iervolino con tre parole (che non sono sole, cuore e amore). e se alla voce fastidiosa aggiungiamo la pessima dizione, vezzo regionalista, vanto padano e capitolino ormai irrinunciabile anche tra i commissari Einaudi, Sellerio e Rizzoli, ci rendiamo conto di quanta fatica inutile abbiano profuso certi intellettuali a scrivere i loro illustri saggi di retorica e quanta fatica debba fare l’elettore odierno ad ascoltarli, biascicanti come il Presidente Conte, che pare uno studente anni ’80 a caccia di 100 lire per la gita scolastica, orgogliosamente toscani come Renzi e Boschi, i campanilisti, i romani Caput Mundi.

quindi, se avete bisogno di una mano per ottenere una voce decente e una buona dizione, scrivetemi pure: bibolotty@gmail.com e prenotate una lezione on line

 

la smania

senza entusiasmo né voglia eccomi alla vigilia della quarta pubblicazione.

voglio bene al mio editore, lui si fa in 4 e fa le cose per bene, spende per editing e carta, copertine originali e comunicazione, ed è soltanto perciò che ho deciso di firmare, nonostante la brutta parentesi appena trascorsa, che almeno mi è servita a insegnarmi a rifiutare contratti: finita la smania.

la scrittura come massima realizzazione è sintomo di malattia dell’ego, di deformazione del sé. io ho cominciato 10 anni fa, quando, alla ricerca di un lavoro qualsiasi in casa editrice come segretaria o donna delle pulizie, mi sentii dire da Alberto Castelvecchi: hai una personalità immensa e tante vite alle spalle, sai scrivere e sei pure bona. tu devi scrivere un romanzo. anzi, ti regalo il tuo primo titolo: Justine 2.0.

senza fatica trovai il primo editore. ebbi il favore della critica. viceversa non mi sarei mai infilata in questo troiaio di divette e manager, di agenti e sarti. e sì, perché il taglio e il cucito sono tra le specialità dei gruppi dirigenti dell’intellighenzia italica in posa per i giornali o per le TV. perché come scriveva Calvino, i letterati sono brutte persone, invidiose e scaltre.

qui Pioggia Dorata, da leggere con due mani nonostante il titolo

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana (ovvero: come far dimenticare una buona storia)

scrittrice scomoda

mai letto il contratto “standard” di un editore? mi rivolgo a voi, sì, a voi che avete la faccina tipica di chi sacrificherebbe una mano per finire in libreria: ecco, iniziamo da qui, in libreria non è detto ci finirete e nonostante la GRANDE DISTRIBUZIONE promessa e dopo aver ceduto per vent’anni, a zero euro di anticipo, una storia cui avete lavorato giorno e notte e che non sapete neppure in quante copie uscirà, perché ormai si stampa print on demand, cioè su richiesta.

comunque, loro lo chiamano candidamente “contratto standard“, sottintendendo così che altri imbecilli hanno firmato, ma credo che perfino il povero Carlo Emilio Salgari, morto suicida a causa di un editore lestofante, si sentisse meno umiliato di quanto oggi certi talentuosi autori, OVVIAMENTE NON PARLO DI ME, non tutelati da prezzolato Agente. e certe proposte indecenti, PERSONALMENTE MAI RICEVUTE,  vengono fatte indistintamente a scrittori bravi, incapaci, mediocri, geniali, tanto per loro non fa differenza, la sola cosa che importa è che gli vendano un tot di copie: abbiamo un software costosissimo che ci permette di sapere con esattezza quanto vendi, minacciano, e se sei sotto le 500 copie hai finito di pubblicare. pensate al povero Beckett o alla Duras, che non arrivavano a 300 copie vendute.

bel mestiere quello dello scrittore, eh? ora che ci sono creativi a stipendio fisso che per farsi pubblicare pagano un Editor Agente fino a 4.000 euro per poi guadagnarne 250, è tutto più difficile. com’è che mi diceva Alberto Castelvecchi in una delle sue lezioni al Master in editoria della Luiss, cui lavoravo come assistente?, che l’editore è una creatura sensibile e sensitiva, che è come un “parafulmine delle idee”: un braccio ben disteso verso il cielo alla ricerca di stellari novità e i piedi ben piantati in terra, affinché quella novità porti anche i suoi frutti. ecco, non è così. la stragrande maggioranza dei direttori editoriali nemmeno legge ciò che pubblica.

di chi sto parlando?, ma di nessuno è chiaro.
e quindi, che cosa voglio? sono soltanto una scrittrice scomoda, come dice la mia Ufficio Stampa, racconto fatti che pochi hanno il coraggio di dire ma tutti sanno: incuria, mancanza di professionalità, il generale “sbattiamoli in catalogo che tanto qualcosina la venderanno a parenti e amici”. abbaio, perché tanto di mordere nessuno ha il coraggio.

ah, a proposito: qui il mio ultimo romanzo.