il romanzo che non hai scritto

non so se vi è capitato mai di fare conoscenza con gli esperti dell’editoria. sono difficili da individuare eh, parlo di quelli bravi bravi che portano il tuo manoscritto direttamente in riunione di redazione, che non devi pagare caro, in anticipo e il più delle volte a vuoto, che se ne stanno nascosti all’ombra delle centinaia di Agenzie letterarie, grandi e associate a delinquere, o piccole e medie con commissione di esperti composte da propri familiari e neo laureati.

sono sempre gentili e bendisposti, non c’è che dire, giovani, un po’ editor un po’ scrittori perché di royalty non campi nemmeno se stampi con dio, usano per lo più acronimi e anglicismi imparati durante le decine di corsi, conoscono qualcuno ma non tutti e hanno fame di novità, dicono, di storie piene di trama, di maledetti romanzi polizieschi, ossia di repliche di successi. 

in genere ci si incontra fuori, in un bar, non hanno ufficio, non hanno una sede fissa, forse perché le orde di neo creativi non li intercetti, e per quanto espansivi hanno un che di distaccato che ti tiene sempre a un metro dal loro culo, nonostante tutto ciò che tu sei stato e loro no, (matrimoni, fallimenti, viaggi pazzeschi); tu starai sempre sotto la loro cappella di esperti, perché loro hanno un’agenda e tu no, perché sarai sempre un principiante.

ed è quando ci si accorda sul da farsi, salutandosi, e tu accenni a quel manoscritto del cazzo sugli anni di piombo che ti era parso veramente troppo banale da scrivere, che all’Agente s’illumina lo sguardo e capisci che è finita, perché è quello che lui vorrà, è proprio quell’idea che avevi scartato che lui crede vendibile. perché rimandare a tra un anno è  meglio che leggere ora il romanzo che gli hai appena dato, spendendo soldi per la stampa, scapicollandoti per la città, chiedendo un permesso al lavoro.

perché lui vorrà proprio il romanzo che non hai ancora scritto.

Imparzialità

«Marité?, ma sei già sveglia?».

sbadiglia.
le gatte reclamano cibo e carezze sui suoi piedi calzati da morbide pantofole verde pistacchio; lasciando il cellulare e me appoggiati da qualche parte, gorgheggia con loro del tempo milanese stranamente chiaro dopo la pioggia battente della notte, della cotognata appena chiusa nei barattoli, della domenica di riposo e di un un giro in bicicletta con suor Armanda, la sua madre spirituale cui carpisce soprattutto segreti di cucina, poi di nuovo a me:
«Buona domenica amica mia… ma insomma, ti ha poi chiamato il direttore del quotidiano comunista per il quale hai scritto il mio personaggio?».
«Macché… sarà impegnato in cose più importati».
«E poi tu non sei una divorzista bella, giovane e di successo che scrive inutili “rosa” per lo Struzzo», mi provoca con dolcezza.
Marité sa che sono condannata, che gli Agenti letterari vogliono testi da raccontarsi in due parole, e che basta la sinossi o l’incipit del primo volume di una trilogia a far comprendere a un Editore se sei pubblicabile o no.
«Ti dirò, Maritè, oltre a non essere in grado di scrivere testi inutili sono anche quella che da ragazzina se la faceva con gli extraparlamentari di sinistra e da grande con i jazzisti.
Confido comunque nell’intercessione di un amico, o di dio, o perché no che si facciano la rubrichina hot con la mia idea, succede anche questo nel mondo della non meritocrazia».
«Beh, se qualcuno provasse a copiarmi non sarei più io… ».
«Lo so ma a loro non importa».
«Scapperei, giuro, Elena».
Ridiamo.
Un personaggio non può scappare dalle pagine di un autore, non senza l’aiuto degli angeli. E questo io lo so.
Perché gli angeli delle puttane li ho inventati proprio per Marité. perché potesse scappare dai clienti molesti e dagli autori poco fantasiosi.
«Non sono imparziale lo so», mi dice con rammarico.
«Come stanotte davanti a Rocky II, che mi son sorpresa a tifare per Balboa nonostante il povero Apollo ne prendesse più di lui, almeno verso la fine. Ma dal divano giallo canarino tifavo per Balboa perché era l’eroe, il più debole, quello come tutti, come me. Per lo stesso motivo tifo per te, Elena, che non hai mai avuto qualcuno che inventasse angeli per te».

«Vorresti prestarmene uno dei tuoi?»

 

 

collezionisti di applausi

siete più bravi di me. anche qui su wordpress, dove leggo righe del tutto prive di senso e punteggiatura piene zeppe di “like” che io nemmeno mi sogno.
ma come fate a essere così bravi a prendervi consensi?
sapete come si dice, gli artisti sono quelli che se ne stanno in disparte, mai appagati dal risultato raggiunto, sempre in corsa verso un traguardo inarrivabile.
lo dissi anche a un tizio che in Luiss anni fa venne a parlarci della nuova moda del self publishing, e glielo domandai confusa dal rossore di parlare in pubblico: ma come faranno quelli che non hanno il culo in faccia? quelli che non preparano le proprie nozze cafone per partecipare al talent, che non cercano di sposare un contadino per evitare l’impiego alla Giesse, che non studiano per scrivere un romanzo pieno di nozioni?
moriranno.
moriremo.

ma un po’ di coraggio lo sto prendendo.
chi ha apprezzato Justine 2.0 compra Pioggia Dorata e viceversa. un vecchio amico ieri mi ha detto: sai, sembra di leggere una scrittrice vera. poi si è messo a ridere per la contentezza, o forse per l’imbarazzo. allora, mi dico stamattina aprendo gli occhi, non sono un’organizzatrice di eventi travestita da scrittore come scrive Covacich. e chissà se lui, lo straordinario scrittore triestino, mi leggerà come promesso quattro settimane fa a casa sua davanti a un caffè, dove per sbaglio sono arrivata con una settimana di anticipo incontrandolo al ritorno dagli allenamenti, e forse infastidendolo, o se magari ha simulato anche con me, usando la tattica del compiacimento, come descritto a pagina 173 del terzo libro della sua quadrilogia Einaudi.

io non ho bisogno delle vostre storie.
ho soltanto bisogno di un Agente letterario che si prenda cura di me. che mi lasci il tempo di scrivere e basta, di non uscire mai più dalla trappola che mi sono creata, questo pozzo profondissimo cui sono arrivata passando per il palcoscenico, per le cattiverie di Antonino Iuorio in camerino, per le paghe da fame, per il letto di Tizio e Caio che però amavo da morire.
perché tutto si fa per amore. sennò non vale.

ed io non posso distribuire “like” come fate voi per poi riaverli indietro.

l’unico egocentrico sei tu

ogni giorno, scorrendo la bacheca di FB m’imbatto in prolissi bandi, lamentele e rimbrotti da vecchie zie digitate da critici e critiche, scrittori, autori di grido, giornalisti e addetti ai lavori, indirizzate contro piccoli scrittori, esordienti, contro TUTTI quelli a “loro” sconosciuti, e che si macchierebbero di egocentrismo senza cercare un confronto. cui sarebbe proibito, insomma, pubblicizzare come tutti il proprio libro, e tra l’altro senza il loro prezioso aiuto, che normalmente indirizzano con generosità ad amici di pari potere e che possano favorirli alla prima uscita editoriale con uguale fervore.

sorvolo sulle gentili e mail della sottoscritta, al massimo una per non urtare la loro sensibilità, e che cotanto desiderio di scambio d’idee non lo hanno mai trovato, nonostante non fossero proposte di lettura del mio libro. ma domando ai signori scrittori, e critici, e giornalisti “di grido”, che lanciano anatemi dal proprio account: volete per caso stare sul podio senza che ci sia un po’ di calca attorno a voi?
volete silenzio in modo che l’eco della vostra voce possa ritornare nitido al vostro orecchio?

pensate di essere così necessari in assoluto?, o di esserlo perché c’è chi crea interesse attorno a voi?, chi vi legge per poi potervi contattare ed entrare in contatto con voi, chi accorre alle vostre presentazioni, chi fa il vostro nome, introvabile spesso anche in libreria?
credete veramente che se domandassi di voi, non dico al salumiere ma al mio Prof di lettere del liceo, saprebbe chi siete?

insomma, non sentitevi colpiti in prima persona da questo mio sfogo, sarebbe un atto d’imperdonabile egocentrismo, non parlo di nessuno ma parlo di tutti. e ricordate che in Italia, se non siete Fabio Volo non siete un cazzo, e sfogare la vostra frustrazione su chi prova a dare un senso onestamente alla propria esistenza, non mi pare opportuno. un bagnetto nell’umiltà, ogni tanto, gioverebbe anche a voi.

stronzo per chiamata o per nascita?

chissà se c’è un punto esatto dopo il quale diventare addetti ai lavori e automaticamente boriosi e stronzi; o se c’è proprio un luogo fisico dove effettuare il battesimo. se bisogna mangiare qualcosa, per esempio un’ostia consacrata dal direttore editoriale o un fungo tipo il peyote; o magari il titolo di “addetto ai lavori” lo ricevi da un esperto del settore che tale ti incorona; forse lo diventi dopo aver venduto un tot di copie, il che ti assicura a vita di ottenere 400 like su FB anche se parli di come piscia il tuo fidanzato; alcuni, forse, sono “addetti ai lavori” per nascita, altri per censo, non si spiegano altrimenti editor venticinquenni non laureati e brufolosi cui lecca il culo mezza Feisbuc e che hanno pubblicato nemmeno granché.

gli addetti ai lavori non rispondono mai, talvolta non lo fanno che dopo cinque giorni con atteggiamento già seccato.
sono ruvidi, come se quel mattino si fossero asciugati il culo con della carta vetrata.
se naturalmente dici loro di chi sei amico, si sciolgono in un sorriso e nell’italico “potevi dirmelo prima”, e questo accade che abbiano 20 0 70 anni: si chiama “senso di appartenenza alla Patria”.

gli addetti ai lavori non transigono sulla precisione dei pagamenti che tu devi fare loro. meno sulla correttezza del loro lavoro preziosissimo che guai a contestarlo: mi basti pensare al mezzo disastro, infine messo a posto, di Justine 2.0.
gli addetti ai lavori imparano a memoria i principi base degli addetti ai lavori e non portano la propria vista nemmeno un po’ più in la.
si fidano soltanto dell’incipit di un romanzo e della sinossi.

io prego ogni sera di restare fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.