i due gemelli radicali

un amico ormai settantenne e nonno mi ha chiamata ieri impensierito.
«ma hai deciso di fare i nomi di tutti? sai, ti seguo sul blog… », con un tono da cospirazione.
io non rispondo. voglio che tremi. lui un po’ l’ho amato, e l’idea di farlo soffrire mi piace.
«lo sai… », sussurro, «la mia famosa lista nera l’ho data alla polizia… ».
rido.
lui tossisce a lungo. è un giudice. non sarebbe bello se spuntasse il suo cognome tra i tanti.

«fumi ancora?»
«sì di nascosto da Clara»
«sei felice?»
«sì di nascosto da Clara»
dopo che mi ha elencato tutto ciò che fa di nascosto a Clara l’ho rassicurato. gli ho detto di fare attenzione al sesso on line, che molte ragazze sono professioniste che accalappiano scemi come lui per poi ricattarli.
e lui, con Clara, ha poco da scherzare.

la realtà preferisco trasfigurarla, mettere un confine, seppure labile, tra la realtà e ciò che scrivo. di questo che posso cominciare a considerare un lavoro, giacché mi procura anche piccoli guadagni, ciò che mi dà più soddisfazione è che dei miei amici, amanti, fidanzati e stupratori, posso disporre come più mi piace, unendo pezzi a caso, sovrapponendo facce a ricordi, parole.

e comunque non potrei mai fare nomi perché non me li ricordo, non tutti.
ciò che dimentico più facilmente della gente sono pettegolezzi e nomi.
ma dei due gemelli radicali ho il ricordo di un’iniziazione sublime, di loro che parlavano all’unisono e all’unisono mi amavano; della grande casa che abitavano e della terrazza piena di rigogliose piante di cannabis.

mi hanno amata per qualche mese.
finché non si sono resi conto che ero quasi una bambina non ancora in grado di fare scelte politiche.
mi piacerebbe sapere che fine hanno fatto, e se hanno anche loro una Clara a limitarli nelle fantasie, o se sono felici.

non meritare niente e dovergli tutto

V. dalle spalle larghe e il corpo fragile, è troppo alto, adatto alla pallacanestro ma non a giocare, sicuramente inadatto a me. ricordo un sabato sera sulle scale del dodicesimo piano. il montacarichi che lui volle a tutti i costi provare per provare anche me, baciandomi con l’irruenza di un ragazzo che non beve e non fuma, ha in tasca il biglietto per la Grecia e ha conquistato la maturità classica con il massimo dei voti.

ricordo una Dianne verde brillante e un graduato della Marina da poco diventato padre. i cioccolatini con cui si presentava agli appuntamenti, e che forse portava alle donne che aveva in ogni Porto. ricordo la sua delicatezza, i baci frettolosi e immaturi, l’odore di divisa della sua divisa, le mostrine d’oro che seguivo con le dita mentre lui guardava il mare.

la sabbia gelata dalla notte, quella calda del giorno che potevo trovare soltanto infilando i piedi più in fondo, quando faceva troppo male ma io non potevo sottrarmi per dimostrarmi all’altezza, e allora mi trattenevo, resistevo, non urlavo. così giovane e immatura, così poco piena di me da credere di non meritare niente e dovergli tutto.

T. come Tozzi

T. come “tentativi” mal riusciti. T., come “tanto non importa”, T. come “Ti amo” e la sensazione che anche quella strada sarebbe stata in salita. T. come Tozzi e il mio primo bacio con la lingua, ma non con Fabio, quello che avevo scelto in spiaggia e che mi piaceva tanto da non lasciarmi dormire, ma con Fulvio, suo cugino, una brutta copia dell’originale che mi era stata appioppata dall’amica già dispersa da ore in pineta. anche lei impegnata a far pratica, perché a quell’età si trattava di tastare l’ignoto: nessuno può descrivere la sensazione di un bacio. e io di prove ne avevo già fatte parecchie, allo specchio, sul dorso della mano, con la bocca generosa della mia amica del cuore. si trattava di reclinare la testa da un lato, socchiudere gli occhi e sporgere le labbra quel tanto che si capisse l’invito.

lui abbagliato dal sole della controra fingeva di controllare l’olio al vespino, io aspettavo, e guardandolo di sfuggita cercavo in lui i tratti di quell’altro, già accontentandomi, mentre canticchiavo assieme al Jukebox una canzone d’amore.

sempre a proposito di network

Romain Gary nel 1974 scriveva: La maggior parte dei giovani criminali, oggi, sono ragazzi che non hanno uno straccio di posto dove ci sia qualcuno che li veda e sappia chi sono , dal panettiere, dal droghiere, dal barista. Non hanno punti di riferimento, nessun centro di gravità, nessun testimone e così possono fare qualsiasi cosa,non c’è un modello, solo il vuoto, e questo può portare a fare di tutto. (Neri Pozza- la notte sarà calma)

oggi il modello c’è. è la celebrità. quella fine a se stessa. che arrivi grazie a un efferato omicidio o a un talento innato poco importa.

io combatterò la mia battaglia con ogni mezzo.
soffrire perché l’account della casalinga salentina ultra quarantenne, sparando solo volgarità, fa più follower di me, no non è accettabile.
lasciarmi condizionare dall’account della trevigiana che dopo una mia citazione mi viene ad accusare di arroganza e digita puntuta: abbassa le arie che non tutti hanno la tua cultura, lo trovo deplorevole.
dover confrontarmi con il salumiere di Ariccia che copia e incolla De Sade senza aver nemmeno sfogliato una sua opera mi fa rabbrividire.

il network è una cloaca di mostruosità.
brucatori di cultura da aletta di copertina e citatori di titoli di giornali -leggere un intero paragrafo comprendendone il senso è complicato per il 70% della popolazione adulta (dati istat)-si sono scatenati a caccia del consenso. e lo ottengono anche: abbassare la soglia per tutti è più facile che alzarla per pochi.
le regole per vincere sono quelle più prevedibili in una società dove cresce a dismisura il concetto che l’opinione personale valga più di un principio universalmente riconosciuto.
il “perché sì”, puerile e poco costruttivo è l’imperativo delle twitstar nostrane. quelle che dalla propria misera esistenza (di malattia, di frustrazione e di povertà), restano incollate al dispositivo elettronico h24 per sbalordire e accumulare retweet e like.

se non credete a me, leggete questo http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/eccola-generazione-porno-hard-core-video-brutali-trolling-sesso-99879.htm, e pensateci, quando affermate di non essere a rischio.

(p.s. ringrazio il lettore, tra i 70 che ieri mi hanno raggiunta qui sul blog, che è rimasto incollato ai miei post per tutto il pomeriggio).

non mi fido di chi beve troppo

non il contrario.
l’acqua non fa venire la ruggine, mentre un bicchiere in più causa incidenti.anche se pensi di essere Superman o il figlio di Batman.
siete incauti quando osannate l’alcol pubblicamente per ottenere consensi. magari a leggervi ci sono minori. pensateci.
leggete piuttosto le statistiche dei morti per cirrosi epatica.
fatevi raccontare dalle mogli malmenate se il marito manesco beve negroni o tè verde. o ascoltate cosa dicono di voi alle vostre spalle.

fate campagne di sensibilizzazione alla civiltà, ma non ci pensate un attimo a presentarvi al mondo come allegri ubriaconi.
il passo dalla ciucca occasionale alla collezione di bottiglie vuote nell’armadio è breve.
ci vuol niente a decidere di svuotare tutti i bicchieri degli ospiti mentre li portiamo di là in cucina, perché non ne abbiamo mai abbastanza.
basta un soffio che dall’essere l’allegro amico di bevuta diventiate il depresso cronico che guasta le serate a tutti. che per un nonnulla pianta grane. che prova a raccontare barzellette e non ci riesce. che barcolla e pretende di guidare.
ci vuole una vita per capire di essere finito nel circolo vizioso. e nel frattempo vi sarete persi il meglio andando alla ricerca di un bar che all’alba sia ancora aperto.
si vive bene anche da sobri, non lo credevo neanch’io quando senza controllo mi sentivo bellissima e piena di forza. ci sono mille buone ragioni per smettere di ubriacarsi, sempre una di più per continuare. Ma chi vuole può farcela. Io sono un’alcolista, ma non bevo più da 10 anni.