estention al cervello e depilazione brasiliana

ho passato un 8 marzo orribile. ho bannato almeno 20 persone che anziché postare gattini come ogni giorno,  o bufale, o tette e culi di donne che non vedranno mai neppure in sogno, hanno deciso di occuparsi di politiche sociali e storia del femminismo giusto per ottenere consensi e fare rumore sulla propria inutile home page di FB.

“la donna deve fare più figli se vuole salvare l’umanità” è stata l’affermazione più idiota della giornata, e benché in un mondo sovrappopolato l’ultima cosa di cui sentiamo la necessità è di fare altri figli, tanti altri idioti gli hanno dato ragione, perché spesso basta un’affermazione stupida a fare di te un vero divo per il popolo di pancia, che è felice soltanto quando può contraddirti e affermare la necessità di essere analfabeti.

che con la cultura non si facciano quattrini, chi ha cultura, ovviamente, lo sa già, ma è impossibile far capire ai fan dell’ano sbiancato e della depilazione brasiliana, che sono poi gli stessi delle estention al cervello, che si legge per nutrire l’anima e non il portafogli, e che anzi, spesso i quattrini corrompono i puri, e impediscono loro di riferirci il pensiero degli dei.

la cultura non si compra e la sua legge  resta invariata: i veri innovatori non saranno mai capiti, gli uomini (e le donne) di successo saranno presto dimenticati.

non ve la prendete

ogni anno leggo donne inviperite (spiace dirlo) e uomini peggio; e ci si deve mettere lì con la pazienza di una buona madre a spiegare che una donna semplicemente non può essere libera in un Paese che dopo i trent’anni non ti assume neppure come magazziniera in Amazon. oggi, non avere lavoro significa essere legate a una catena.

riformisti, digitatori di banalità, paladine del cazzo, cercate di andare oltre il vostro ombelico tatuato. è dal 2012 che non trovo impiego neppure come cassiera al Carrefour. correggo bozze di nascosto a un prezzo da schiava. e ho diretto due aziende, tengo bene una prima nota, sarei anche ben qualificata ma ho più di 30 anni, o forse non sono più disposta a farmi toccare il culo, come a intrattenermi con i lettori che, come mi è successo ieri, con la scusa di farmi domande sui miei romanzi, mi violentano domandandomi cose che a uno scrittore di gialli non domanderebbero mai.
eh ma tu scrivi certe robe!
eh, ma io vorrei essere libera di farlo né più né meno che un uomo. come indossare la minigonna senza che una bestia infoiata si senta in diritto di violentarmi.

e se il Man non fosse l’uomo splendido che ho sposato, se fosse un ubriacone violento io dove potrei andare se i centri antiviolenza chiudono? perché ci date addosso?, perché dite la colpa è nostra se ci sono uomini stronzi? gli uomini non diventano stronzi, lo sono in potenza, non ci sono filtri magici o ipnosi per cui si mettono a menare le mani, e se lo diventano non è a causa della donna che hanno sposato, ma per quella che li ha educati male.

la mancanza di autonomia è un fatto gravissimo in una società civile. ogni donna dovrebbe avere la possibilità di esercitare i propri diritti già riconosciuti, come praticare un aborto, assumere la pillola del giorno dopo, denunciare il proprio aguzzino e sentirsi al sicuro. e se indossiamo il Bourqua non è compito vostro mettere il naso nelle nostre vite e dirci che dobbiamo toglierlo, esiste una Carta dei Diritti universali dell’uomo a sancire certe questioni, e forse, se prima di digitare idiozie ci deste uno sguardo, evitereste a tutti una gran fatica.

qui il mio ultimo libro

pur femmina, la vita un po’ ci prende in giro

in questo giorno penso sempre alle donne della mia vita.
nonna Rosetta, per esempio, vestita sui toni dell’azzurro, sempre in tailleur elegante, e che portò a Bari, da Imperia, la moda dei pantaloni; orgogliosa di essere stata presa in giro perché la prima a condurre i bambini a passeggio ai giardini pubblici senza tata al seguito, come si usava allora nelle famiglie borghesi.
abitava la villa con i leoni di Viale Orazio Flacco.

si era sposata giovanissima come tutte. fresca di Collegio aveva conosciuto soltanto il nonno.
quando andavo a trovarla dopo una lunga assenza, mi mostrava la foto di Rachele, la sua prima bimba nata a pochi mesi dalla nascita, e il portacipria, il primo regalo che ricevette dal nonno, non tralasciando di raccontarmi ogni volta del corteggiamento, e che lui, bellissimo, era rimasto eroicamente per molte notti davanti a casa sua, anche sotto la pioggia, a distanza di sicurezza, fino a che suo padre non aveva ammesso di riceverlo in casa.
a Bari, “nell’altra Italia”, crebbe 4 figli da sola.
il nonno andava e veniva dall’Africa a suo piacimento.

quando lui morì, ancora troppo giovane (e che il Signore, se c’è, l’abbia in Gloria), nonna fece ciò cui era stata evidentemente destinata, l’imprenditrice. aprì un elegante e romantico negozio di fiori e articoli da regalo provenienti dall’estremo oriente, che lei confezionava con le sue mani lunghe, afflitte ovviamente da allergia ai pollini, come nessuno a Bari sapeva ancora fare. sembrano secoli ma in fondo è soltanto l’altro ieri.
aveva più di cinquant’anni quando prese la patente.

amava i dolci, le meringhe con la panna, che si concedeva soltanto alla domenica. amava i giornali di gossip che però leggeva di nascosto da mio padre, che trovava invece certe facezie assai discutibili.
sognava di vincere al lotto e giocava.
non credo abbia mai pensato di trovare un nuovo compagno, un amico, qualcuno con cui andare al cinema, un sostegno.
nonostante la sua serietà e la forza titanica, nonostante camminasse sulle proprie gambe da quando era ragazza, la vita l’ha presa in giro strappandole il figlio alla stessa età di suo marito, lo stesso giorno, dello stesso mese, nella stessa maniera.

pur femmina, la vita sembra prenderci in giro, e ostacolarci, quando decidiamo di fare da sole e di camminare sulle nostre gambe, forse si fa ingrata quando le togliamo il compito di decidere per noi, un po’ stronza quando preferiamo non domandare aiuto.