sipario su Ronconi

pensavo di scrivere un post sui 4 “piuttosto che” comparativi ragliati da Saviano ieri sera durante il solito marchettone da Fazio, ma son già stata distrutta dalla visione del filmetto tratto dal romanzetto di Pennac “Il paradiso degli orchi” e non ce la faccio a incazzarmi ancora.
è domenica, giorno di letizia, ho da preparare il brodetto e correre, rassettare casa e leggere.

e devo riflettere, riflettere sulla lontananza di un mondo che anch’io per non impazzire dovrò per forza dimenticare, quello del rigore, della tecnica, della tradizione, del rispetto che in teatro ho imparato ad avere verso i Maestri e per chiunque avesse qualche anno più di me ed esperienze più importanti.
il rispetto, il sacro timore di non essere all’altezza in un mestiere come quello dell’attore dove non contavano tette, culo o amicizie ma presenza scenica, voce, e talento.
il rispetto che mi portava a tacere pur pensando di avere ragione.
il rispetto che mi faceva tenere il becco chiuso, al contrario delle oche bercianti che sia aggirano oggi in TV.

anche Luca Ronconi ci ha lasciati.
ora a decine potranno raccontare di aver lavorato con lui, come succede con ogni personaggio che, al contrario di tanti e di me, lascerà un segno nella storia della nostra maltrattata arte.
io però lo conobbi sul serio.
molto prima di decidere cosa fare nella vita.
prima di sapere cosa fosse la vita stessa.

Mia zia recitava nell’Orlando Furioso che vidi a Matera, avevo sì e no cinque anni. Fu perciò che decisi di fare l’attrice anziché scrivere, come andavo dicendo sin da prima di imparare a fare le stanghette, quando vidi gli attori muoversi nella magia del tramonto, le loro maschere mostruose portare scompiglio nel mio animo bambino.
a causa di quel magico imprinting son cresciuta con il mito del teatro sperimentale, intellettuale, politico. del teatro che cambia la vita, così come la cambiò a me quel giorno tra i sassi.

dico la verità, da giovane attrice accademica le sue “ronconiadi” mi annoiavano a morte. ma avevo vent’anni, frequentavo la Silvio d’Amico e mi sentivo importante, non ce la facevo a stare ferma sulla poltrona per più di quattro ore, però le vedevo tutte, le sue performance erano come amare medicine di cui però conoscevo l’effetto benefico.
quando “la Ninni”, la sua segretaria, mi telefonò ero a Torino con “La trasfigurazione di Benno il ciccione” e caddi letteralmente dalla sedia. in realtà non le credetti, pensai a uno scherzo. le chiusi il telefono in faccia poi, nel dubbio, mi procurai il suo numero e richiamai. il Maestro mi aveva vista, gli ero piaciuta e voleva sentirmi su parte.
feci ben tre prove precedute da un lungo incontro in un caffè torinese. voleva sapere di me, guardarmi con attenzione, cercare l’anima del personaggio dentro di me.
nessuna legge di marketing ma soltanto ricerca del senso profondo di una scelta piuttosto che di un’altra.

Luca Ronconi lascia un vuoto culturale, un cratere di non senso.

cosa rimane

di noi resteranno omissioni e bugie, quelle svelate in un incontro casuale magari a vent’anni dalla nostra dipartita. forse ci sarà qualcuno a pronunciare il nostro nome, a recitare versi scritti e lasciati nel cassetto, a scandire le nostre parole, spesso povere, impubblicabili. se avremo qui qualcuno che ci somiglia pure, che la penserà proprio come noi, che racconterà di noi di quel giorno strano, dell’eclissi e del terremoto, del gesto eroico compiuto.
in realtà soltanto pensato.
le memorie mentono.
i vivi sorridono al miglior ricordo che hanno di noi e a una vita come tante, piccola, talvolta invisibile ma sempre preziosa.

ci illudiamo di appartenere all’eterno.
proviamo a lasciare una traccia e a incidere sulla realtà senza accorgerci che l’attimo, proprio quello che avevamo giurato di non lasciarci sfuggire, se n’è andato per sempre. assieme al ricordo di un bacio in pineta, e la radio che suonava “Tu dimmi quando quando…”

marito e moglie

era raro non si scambiassero gesti di affetto, sguardi d’intesa, piccole gentilezze, reciproci favori anche non richiesti ma sempre benvenuti. che non si chiamassero l’un l’altra con i teneri vezzeggiativi dell’adolescenza.

forse succede così quando assieme si sfugge la guerra (qualunque sia non ha importanza), quando si sopravvive al martirio, quando assieme si piangono molte morti, si superano malattie, quando si benedicono nascite e si evitano distrazioni.
forse è così quando si mantengono le promesse.
e se tutta questa quiete, tutta questa armonia coniugale si chiamasse semplicemente amore?

fratte

ogni città la sua strada degli innamorati. ogni automobile la sua coperta. ogni finestrino il suo bel quotidiano incollato dai sospiri, dai gemiti e dalle parole, ogni fratta il suo guardone, ogni notte la sua ora di rientro, ogni figlia un padre sulla porta, una madre che conta gli attimi.
scomode, fredde, inospitali automobili.
pericolose, affollate fratte.

poi ci siamo uniti on line.
che se ci si pensa si fa sesso virtuale dal novantasei.
comunicazioni ancora lente e reti 0.0 hanno accolto sospiri e richieste scandalose, riempiendo d’immaginazione la nostra esistenza, i sogni, la speranza di evitare lettere anonime al fermo posta, la speranza che il nostro amore corrispondesse al vero almeno un po’.

in rete non ci sono preservativi usati come sui viottoli di campagna in cui ci s’infrattava. qui nel digitale è pieno di parole usate, invece, di parole d’amore, di sconforto, di rimpianto. di parole dolci e amare. di proposte oscene. di fughe mai attuate. incontri disertati. di desideri inespressi ed espressioni colorite. di amori ancora in attesa.

morire digitale

Il primo fu un tale Stefano, un bel maschione genovese, incontrato di persona, e che un giorno è sparito da FB senza più farvi più ritorno. Su di lui in pochi anni sono nate un mucchio di leggende. Le sue donne, tante, lasciate vedove tra i pixel, passano ancora sulla sua home per lasciare pensieri, fiori, appelli disperati, un vano ma ancora speranzoso: fatti vedere.
Lui come un divo hollywoodiano ha lasciato un alone di mistero che farà sì che in molti lo crederanno ancora vivo da qualche parte. Magari sposato, non più testa matta.
Le sue groupie mi hanno contattata, molte mi hanno seguita comprando anche la mia Justine 2.0 nella speranza (immagino) di trovaci tracce di lui.

Si scompare. Non c’è bisogno di vedere “the left lovers” per sapere che si scompare spesso all’improvviso, senza spiegazioni e per non tornare mai più.
Gli scaramantici vivono attaccati al ferro di cavallo, stendono un velo di omertà sulla faccenda illudendosi di essere immortali. Io ci convivo da venticinque anni con l’idea della morte come naturale conseguenza della vita. Non voglio campare fino a consumarmi, diventare cieca e invalida. Tra l’altro un pessimo destino per chi resta in Italia.
Invece, in America, dove esistono già orribili cimiteri virtuali, non c’è limite al peggio e c’è chi lancia un programma che invierà automaticamente subito dopo la sua morte, raccolte dei post del defunto.

Così, nella speranza che un extraterrestre mi porti via, e che tutti voi conquistiate l’immortalità, ho lasciato user e password di ogni pagina social e casella di posta elettronica a persona di fiducia. Lei cancellerà ogni traccia di me appena sarà necessario, perché di me non resti una pagina vuota piena di messaggini di cordoglio di gente che non ho mai visto, perché la morte è una cosa seria che non si tratta col cazzeggio, perché chi mai vorrà portarmi un fiore o parlarmi, lo farà come si fa con i morti, in piedi, o in ginocchio, davanti alla mia tomba.