se ti sopporto non è amore

una ragazza, ieri, su twitter, tale Lara, Nina, Viola, insomma una di quelle bellezze nascoste dietro foto e nickname, e che la sa lunga sicuramente più di me, ha scritto: che cosa si deve sopportare in nome dell’amore? ed io, che come spesso accade ragiono su certi quesiti, ho risposto, più a me che a voi: niente, non sopporti niente perché se sopporti non è amore. e su questo che per me è un principio basilare, ho anche scritto Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita dopo l’estate per Castelvecchi),  ma anche Pioggia Dorata e Justine 2.0.

ho sopportato megalomania, corna e botte. il risultato è stato trovarmi con il culo per terra, senza lavoro, casa, senza figli, e nemmeno il beneficio degli alimenti. c’è chi sopporta in nome della tranquillità famigliare, commenta Brunella sotto il mio post su FB, chi come me ha sopportato perché manipolata; chi lo fa perché “meglio con lui che sola”, come aggiunge giustamente Dirce, perché c’è il mutuo da pagare, per pura pigrizia.

un’altra amica, (ma questo post è unisex), afferma di sopportare le differenze dell’altro per accrescersi chiamandole però difetti, perché la sopportazione per amore determina forza, scrive. ma io credo che sotto lo sguardo caldo dell’amore, il diverso da me mi arricchisca e basta, seppure nella distanza, e non considero quindi un difetto la sua diversità, né devo perciò sopportarla.

è questione di termini, di sfumature, credo, di allontanarci a passo svelto dall’iconografia cattolica nella quale, tra oro e rosso cardinale, si annida l’idea dell’amore come sacrificio supremo. forse è così l’amore materno, che conduce madri a farsi derubare e picchiare perché il fanciullo trentenne abbia il cellulare di ultima generazione, auto rombante e jeans di marca, perché d’altra parte Gesù era maschio, e pure barbuto, e per lo più assente, e amante delle puttane, ma non credo possa più essere così tra due adulti. perché sopportazione fa sempre coppia con dolore.

 

luogo comune

su Luogo comune wikipedia riporta queste parole:

    1. modo di dire semplice e superficiale dettato dal pregiudizio.
    2. cosa detta da una o più persone, anche per un ampio periodo di tempo, talvolta vera o inesatta.

dire che un film è pieno di luoghi comuni dunque non è un giudizio, suvvia non scherziamo, non è una critica sensata, non è analisi del testo, è la patente da commentatore ignorante sul magazine on line dal nome che può sembrare autorevole e invece no, la pietra angolare della non critica. l’altro giorno ne ho letta una del genere che sbraitava contro il film “Fortunata“, scritto da Margaret Mazzantini e girato da Castellitto. nessuna recensione per i contenuti propri del genere: movimenti di macchina, dialoghi, fotografia, ma un cumulo di giudizi personali e superficiali su personaggi, psicanalisi, uso del mito e storia.

ora, capisco pure la frustrazione dell’uomo comune pagato zero euro dal suddetto magazine verso chi ha una carriera alle spalle lunga una vita, capisco anche che Castellitto e Mazzantini farebbero un favore a molti se si rinnovassero, benché non mi pare che la cinematografia italiana altrove brilli di luce propria, ma non è quello che m’interessa, non è il film il luogo del contendere di questo mio breve sfogo, quanto la mancanza di strumenti del mestiere e professionalità dello stroncatore che, più che raccontarci la trama e liquidare protagonista (Jasmine Trinca), autrice e regista con un: che ne sa la coppia radical chic che vive ai Parioli dei drammi di chi vive a Tor Pignattara, non fa.

demolire un film pieno di luoghi comuni con altri luoghi comuni, ossia che chi vive ai Parioli non sa, è come dire che i politici sono tutti ladri. bene, prossima volta faremo in modo di mettere il violento fascistello ai Parioli e la Mazzantini e Castellitto a Tor Pignattara, così che si capisca che non è il luogo comune il problema, ma il modo di raccontarlo.

un vago punto d’arrivo

tra i tanti libri che affollano la mia scrivania, un istruttivo Cechov, “Né per fama, né per denaro“, Minimum Fax. si tratta di un manuale di scrittura davvero istruttivo, una raccolta di lettere, diari e articoli attraverso cui, il drammaturgo scrittore russo traccia una linea ben precisa tra intellettuale organico e impiegato dello storytelling, per usare un termine caro alle nuove generazioni di editor e addetti ai lavori.

il mio lavoro è raccontare la realtà così com’è, non come dovrebbe essere. disgiungermi dal sentire comune. perché contrariamente a quanto recita uno spot Mondadori, la letteratura non deve divertirmi quanto pormi quesiti e indicarmi soluzioni, perché almeno il mio punto d’arrivo (non so il vostro), non è tanto cavarmela, arrivare al traguardo sana e salva, magari avere successo e diventare celebre, ma capire il senso di nascita e morte.

rinunciai a fama e denaro quando a quattordici anni decisi di fare l’attrice di prosa, e a questo punto lascio agli altri la ricerca della felicità in terra e di un personaggio papabile per una fiction, io preferisco quella dei termini più appropriati, sebbene sappia quanto poco influisca la scelta della parola giusta sul giudizio di chi siede dalla parte del torto ma sente di aver sempre ragione, anche quando discetta di questioni che non conosce. purtroppo, con la scomparsa della classe media abbiamo perso anche il senso della misura, e il metro per tracciare la linea di partenza e di arrivo, così da illuderci di sembrare tutti uguali. 

qui il mio ultimo libro

sesso telefonico

sono abbastanza vecchia da ricordare telefonate ansimanti di maniaci locali, e ne ho anche fatte, nel cuore della notte, per lo più ad amiche stronze. sono così anziana da aver fatto sesso telefonico chiusa in un armadio, avvolta nella prolunga, tenendo la cornetta del “rotellone grigio” tra spalla e orecchio, che certo, per le buongustaie avrebbe potuto anche fungere altrimenti, ma si sa che certe cose non tutti le maneggiano con fantasia.

quindi il rotellone e poi i Bell più moderni, ma che comunque dovevi tenere tra le mani dimenandoti sul letto in solitaria, mentre dall’altro capo del filo, con quello che costava una interurbana, qualcuno avrebbe passato una settimana con il torcicollo e il desiderio di sesso. poi arrivò il Videotel e le prime comunità di sesso condiviso, che facevano roba attraverso un apparecchio a metà tra un fax e un computer che il mio Master usava con grande entusiasmo. quando lavoravo all’144 noi ragazze indossavamo le cuffie, sebbene fingessimo, comunque io le mani libere le usavo per sfogliare il Manifesto, mentre all’altro apparecchio, un impiegato ministeriale consumava minuti a molti zeri che avrebbero pagato i contribuenti.

ricordo internet dal modem spaziale e le prime foto che a caricarle ci voleva un’ora. poi i Mac colorati e MySpace, e quando beccai il mio primo marito impegnato a guardare un streap tease durante l’orario di lavoro, che nemmeno si preoccupò di nascondere l’immagine o di giustificarsi, quanto di comunicarmi con esaltazione adolescenziale: vedi?, ora basta un click.

video, selfie, auricolari, texting, il sesso telefonico è una vera una pacchia.

ma noi umani, incontentabili, in talune situazioni continuiamo ad aspirare alla deità di Khalì e le sue numerose braccia. o all’omicidio passionale, perché nonostante l’offerta in rete, è sempre ciò che non possiamo avere a toglierci il sonno.