un futuro di dirette FB

non mi son fatta prendere dall’ansia, finora, sebbene non sorrida da due settimane e non riesca a scrivere due righe. ho tenuto a bada i miei nervi. in definitiva per la quarantena ci si poteva (doveva) stare. ma adesso che si comincia a parlare con insistenza di una situazione permanente, di cambiamenti radicali della nostra esistenza, mi sento un po’ come se ci stessero per inculare tutti, e scusate il francesismo.

ovunque sento di aziende del nord che devono riaprire, di PIL, di import export, di riconversione industriale, ma mai una volta, se non all’interno di trasmissioni di nicchia, mai che s’infili la categoria dei lavoratori dello spettacolo, delle arti in generale, tra i settori produttivi INDISPENSABILI all’economia del nostro Paese. considerando anche quanto lo spettacolo sia correlato al turismo mi pare una follia. e pensare che si dice ci sia una correlazione tra le morti di CoronaVirus e l’inquinamento.ma niente. non vedono l’ora di ricominciare a emanare sostanze tossiche nell’aria -pensiamo soltanto all’indotto del settore farmaceutico- tralasciando del tutto il settore turistico, dell’arte e dello spettacolo.

con il distanziamento sociale prolungato nel tempo (e chissà per quanto) di cui tutti parlano con leggerezza, perfino i Musei non potranno accogliere sufficienti visitatori da giustificare quel tot di personale assunto: quanti sono i lavoratori di questi settori? dalle guide turistiche alle maschere dei teatri, passando per orchestrali, doppiatori, fonici, sicurezza privata, macchinisti, datori luci, truccatori, addetti stampa, autori, titolisti, agenti di viaggio, fotografi, attori, musicisti, segretari di produzione, costumisti, uffici casting, direttori di scena, amministrativi, organizzatori; locali di musica dal vivo e quindi musicisti, camerieri, cuochi, buttafuori, baristi, e l’elenco è lungo da morire se consideriamo quanto questo settore, chiamiamolo del tempo libero, sia correlato al settore del turismo e a quello della didattica. e certo, perché come fai didattica musicale a distanza? come insegni agli attori a interagire tra loro e a muoversi sul palco? nel salottino di casa? tra letto e scrivania? ma andiamo!

in quanti si ritroveranno per strada se non si punterà a una soluzione definitiva e alla ricerca di un vaccino? niente più serie TV, niente doppiaggio, finita la musica, cartelloni con pochi artisti e poco costosi (teniamo a mente l’equazione pubblico- paga- distanziamento- paga minore?), programmazioni TV striminzite, in teatro per lo più monologhi, nessuna presentazione di libri, vendite più che dimezzate. Musei aperti solo on line: quando agli Uffizi vidi La primavera di Botticelli, che tante volte avevo osservato e analizzato sul libro di storia dell’arte, ebbi un mancamento, così al Museo d’Orsay davanti a L’Origine del mondo di Coubert.

se non vogliamo un futuro di Youtuber casalinghi con borse sotto gli occhi e viso pallido; alle proprie spalle la mamma in ciabatte serve la cena, la libreria Ikea mostra una collezione striminzita di gialli di Repubblica, iniziamo a coordinarci con i sindacati per un’azione di protesta globale, tipo non effettuare accesso ai social per 60 ore.

qui il mio sito web con foto, recensioni e interviste.

qui il mio ultimo romanzo

 

artisti a stipendio

rivendico a gran voce il coraggio dell’artista puro, di chi già al liceo aveva la testa al palcoscenico e perciò era sempre impreparato, umiliato dalla propria stessa intelligenza: mi meraviglio di te, che brutta delusione, torna al banco.

sì, faccio il tifo per chi ha scelto la strada meno certa, all’orizzonte l’ipotesi di finire in un ospizio pubblico in braccio a un’infermiera sadica; applaudo soltanto chi, come tanti attori e musicisti che resteranno nella storia, è rimasto in punizione chiuso nella propria stanza, durante una giovinezza piena di “ma dove credi di andare tu”.

non contemplo nemmeno l’eccezione rarissima alla regola dell’ottuso che, anziché starsene buono in platea, e applaudire e imparare, giggioneggia recitando per anni sempre lo stesso Pirandello, il petto gonfio di soddisfazione, la qualifica di “artista” sul profilo FB. lui, che ha la compassione del tergicristalli in movimento sul cadavere di un moscerino, che non sa neppure come si sta in quinta, come ci s’inchina al pubblico, come s’impagina un romanzo o si arreda un camerino, ma che ha quattrini sufficienti per pagare perfino il pubblico. lui, che rompe il silenzio degli eterni scontenti, che ha voluto e potuto replicarsi, sicuro e certo di lasciare ai discendenti una casa con mutuo pagato, e che a sessant’anni, e con 15 mensilità sicure, si permette battute umilianti sul vecchio artista che si muove sul palco come un triste clown.

lui, che si è risvegliato all’arte a cinquant’anni, non e non sa cosa significhi fare marchette, salire le scale del Monte di Pietà, lavorare a serata in pizzeria o vivere in una casa condivisa fino a 40 anni, non merita che il rumore che produce.

oggi le mie meditazioni andranno a un artista puro, Kirk Douglas, che ci ha lasciati all’età di 103 anni.

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tra pochi giorni in librerai il mio quarto romanzo “Io e il Minotauro” edito da GiaZira scritture

io selfie mai

 

nel 2007, quando la mia vita fu cancellata da corna, botte, crollo dell’azienda e perdita di ogni  bene, sentii la necessità di ritrovare me stessa attraverso gli specchi, di ricostruirmi. il mio ex marito aveva annullato i miei reali interessi e la mia indole affibbiandomene una di suo gradimento. quando finalmente il Minotauro se ne andò, il mio inconscio risuonava come un palazzo disabitato. io non ero più.

abitavo in via Merulana, con il poco che le banche mi avevano lasciato, quando risposi a un annuncio di lavoro per la Castelvecchi. in Redazione feci il colloquio proprio con Alberto, il quale mi disse che mai e poi mai avrei dovuto fare la segretaria, piuttosto, con la vita che avevo, avrei dovuto scrivere un romanzo e intitolarlo Justine 2.0. poi giunse l’incontro con Roberto Cotroneo. quindi, quello più temuto con me stessa.

è stato un lavoro faticoso. ogni giorno prima di aprire il file di Justine 2.0 mi cercavo nello specchio per capire chi fossi diventata. poi postavo le foto su FB per ottenere gratificazioni, parlare con uomini e donne che mi raccontavano cosa vedessero di me. avevo dimenticato l’esistenza di un io e di un tu.

l’azione, il selfie, aveva un senso che andava oltre il mio risaputo narcisismo. l’azione è servita ed è bastata. adesso che sono solida, che per cercarmi non devo più guardarmi nello specchio, non ho più bisogno né di selfie né di carezze virtuali. e poi, son passati 10 anni.

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qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana

Justine 2.0 può essere richiesto scrivendo alla redazione GiaZira Scritture

il bello di Dallas

Unbelievable, Broadchurch, Crime, Dr Foster, Black Mirror, Nell’erba alta, Mind Hunter, The Iland, The politician…

metti una sera a cena cinque amici che cerchino argomenti in comune. metti che le famiglie (quelle diverse dalla mia) abbiano in casa almeno 2 televisori, se dotate di figli anche 3, mettendoci l’apparecchio piccolino in cucina per tata, nonna e badante e son quattro. ecco, adesso, se non lo avete mai fatto, sfogliate la guida Netflix e sommate a queste serie TV quelle Sky. ecco un altro elemento che alimenta la nostra quotidiana alienazione.

a un tavolo di cinque persone sarà complicato trovare una serie che tutti abbiano seguito, che ricordino, un argomento comune. la conversazione standard tra persone anche intelligenti e colte non troverà terreno fertile; l’elencazione delle serie televisive viste da parte del singolo commensale, dei pregi e dei difetti di ognuna, non sarà seguita da analisi e conclusioni, dal confronto fertile delle opinioni contrastanti.  titoli randagi resteranno nella memoria del passeggero televisivo, come figli bastardi da riconoscere un giorno, forse.

io che sono nata e vissuta tra enciclopedie e biblioteche ricordo un tempo di brutti sceneggiati di cui parlare tutti assieme per giorni e settimane; di nomi dei protagonisti da dare ai figli, di sigle cantate durante i giochi. l’iperproduzione editoriale, che si tratti di romanzi o serie televisive o film  non cambia assolutamente nulla, sta arricchendo soltanto l’industria, la nostra crescita, che deriva dal confronto e dalla discussione, è inevitabilmente compromessa. 

artista

«impara l’arte e mettila da parte», mi disse papà quando seppe che ero stata selezionata tra centinaia per la Silvio d’Amico: «la bambina non può fare altro, confermò mia madre», quasi si trattasse di una grave malattia. d’altra parte avevo lasciato il liceo, tentato più fughe da casa con l’idea folle di vivere a Parigi per strada.

«hai un sacco di soldi e un bell’attico in centro?, perché soltanto così avrai buoni e rapidi risultati, giacché teatro e cinema si fanno per lo più durante le cene in terrazza». la veritiera rivelazione di mia zia attrice, che sul finire degli anni ’50 dovette cambiare nome e cognome su richiesta del padre, che si vergognava per quella scelta scellerata, mi fece piangere. eppure anche oggi certi insulsi personaggi della TV del pomeriggio fanno carriera in terrazza, scattando selfie.

gli anziani ci provavano regolarmente con noi ragazzine: attori, registi. la vocazione alla sofferenza andava d’accordo con la perdizione, Justine 2.0 (cioè io) era una piccola ingenua né più né meno che Suzanne Simonin, non faceva calcoli, non metteva in preventivo la ricerca di un buon nome da cui farsi impalmare così da ottenerne i favori. non tutte nasciamo Juliette, purtroppo.

ma oggi basta meno, molto meno. è sufficiente la fantasia di un chiodo arrugginito e il papà che paghi un corso professionale.  basta un diploma per essere artista professionista, per aprire una Partita Iva, dimenticare la vocazione al dolore e correre veloce a occupare ogni ambito, vincere tutti i premi, senza lasciar spazio ad altri.

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