ancelle all’Europarlamento

non è colpa della deputata Irene Tinagli se per secoli la richiesta di vedere realizzati i diritti delle donne è stata considerata una ROTTURA DI SCATOLE dagli uomini al Governo. ma anche dai papà, dai fratelli dai mariti.
certo a me fa molta molta impressione che una eurodeputata giovane e laureata parli in questi termini delle istanze femminili, così come ho potuto sentire ieri 6 maggio 2020  durante la puntata di Otto e Mezzo. io son saltata dal divano ma anche la Gruber non gliel’ha lasciata passare: non è una “rottura di scatole” la richiesta della realizzazione di un diritto.

ecco perché chiudono le Case delle Donne, forse, i centri antiviolenza, immagino, perché l’aborto non è più un diritto. se ROMPERE LE SCATOLE è l’unico termine che viene in mente alla eurodeputata per parlare in TV di una richiesta lecita, ossia l’affidamento di ruoli decisionali e di spicco nei Comitati antivirus, allora siamo messe veramente male. allora ci meritiamo Arcuri che fa battute con la giornalista soltanto perché donna.

immagino le ancelle al Parlamento che in punta di piedi, e se proprio non disturbano, bussano con leggeri  tocchi alla porta del mega maschio e chiedono permesso prima di entrare; chinano il capo per domandare; baciano l’anello per ringraziare.

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librerie e sex toy

dunque il nuovo gioco di opinionisti in diretta TV, ma anche giornalisti, scrittori, politici, attori, magistrati, è quello di mostrare alle proprie spalle una libreria possibilmente ben fornita, meno “Struzzi” meno punti, le prime edizioni però non contano, il pubblico da “Salone” poco sa sull’argomento.

fa cafone il libro messo di copertina, soprattutto se a proprio nome, che è un po’ come citare se stessi. se sei virologo puoi anche evitare la libreria e lasciare che la telecamera inquadri un bell’olio su tela, in questo caso anche i congiuntivi possono suicidarsi, gli scienziati non sono obbligati a leggere. anzi, meno leggono meglio è: durante le conferenze stampa della Protezione civile numerosi “piuttosto che” congiuntivi sono stati lasciati liberi di esprimersi e contagiare i presenti. strane forme verbali sono state autorizzate dalla Crusca.

Massimo Giannini, bello anche senza luci al led, è rimasto fedele ai dorsi bianchi ben ordinati. così il filosofo Cacciari. da Berlinguer, Corona (non il virus ma insomma) ha mostrato la “libreria troiaio” coerente al personaggio. Enrico Letta, ricicciato in tempo di virus assieme a Mario Monti, quasi a voler ricordarci l’emergenza economica dei loden, ci ha presi in contropiede mettendosi a parlare di diritti costituzionali davanti a una tenerissima collezione di giornaletti di Topolino, che rossi e gialli fanno anche Forza Roma, scatola di Subbuteo e macchinine. 

io credo, però, che se proprio volessimo essere originali, avendo tempo da perdere e quello mi pare ci sia tutto, dovremmo mostrare qualcosa di meglio in libreria, qualcosa che ci renda veramente originali. per esempio una collezione di sex toy, plug anali, manette, vibratori, scatole di preservativi; ma anche bilancini, cannucce, biglietti da 100 arrotolati, che fanno tanto Camera e Senato.

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un futuro di dirette FB

non mi son fatta prendere dall’ansia, finora, sebbene non sorrida da due settimane e non riesca a scrivere due righe. ho tenuto a bada i miei nervi. in definitiva per la quarantena ci si poteva (doveva) stare. ma adesso che si comincia a parlare con insistenza di una situazione permanente, di cambiamenti radicali della nostra esistenza, mi sento un po’ come se ci stessero per inculare tutti, e scusate il francesismo.

ovunque sento di aziende del nord che devono riaprire, di PIL, di import export, di riconversione industriale, ma mai una volta, se non all’interno di trasmissioni di nicchia, mai che s’infili la categoria dei lavoratori dello spettacolo, delle arti in generale, tra i settori produttivi INDISPENSABILI all’economia del nostro Paese. considerando anche quanto lo spettacolo sia correlato al turismo mi pare una follia. e pensare che si dice ci sia una correlazione tra le morti di CoronaVirus e l’inquinamento.ma niente. non vedono l’ora di ricominciare a emanare sostanze tossiche nell’aria -pensiamo soltanto all’indotto del settore farmaceutico- tralasciando del tutto il settore turistico, dell’arte e dello spettacolo.

con il distanziamento sociale prolungato nel tempo (e chissà per quanto) di cui tutti parlano con leggerezza, perfino i Musei non potranno accogliere sufficienti visitatori da giustificare quel tot di personale assunto: quanti sono i lavoratori di questi settori? dalle guide turistiche alle maschere dei teatri, passando per orchestrali, doppiatori, fonici, sicurezza privata, macchinisti, datori luci, truccatori, addetti stampa, autori, titolisti, agenti di viaggio, fotografi, attori, musicisti, segretari di produzione, costumisti, uffici casting, direttori di scena, amministrativi, organizzatori; locali di musica dal vivo e quindi musicisti, camerieri, cuochi, buttafuori, baristi, e l’elenco è lungo da morire se consideriamo quanto questo settore, chiamiamolo del tempo libero, sia correlato al settore del turismo e a quello della didattica. e certo, perché come fai didattica musicale a distanza? come insegni agli attori a interagire tra loro e a muoversi sul palco? nel salottino di casa? tra letto e scrivania? ma andiamo!

in quanti si ritroveranno per strada se non si punterà a una soluzione definitiva e alla ricerca di un vaccino? niente più serie TV, niente doppiaggio, finita la musica, cartelloni con pochi artisti e poco costosi (teniamo a mente l’equazione pubblico- paga- distanziamento- paga minore?), programmazioni TV striminzite, in teatro per lo più monologhi, nessuna presentazione di libri, vendite più che dimezzate. Musei aperti solo on line: quando agli Uffizi vidi La primavera di Botticelli, che tante volte avevo osservato e analizzato sul libro di storia dell’arte, ebbi un mancamento, così al Museo d’Orsay davanti a L’Origine del mondo di Coubert.

se non vogliamo un futuro di Youtuber casalinghi con borse sotto gli occhi e viso pallido; alle proprie spalle la mamma in ciabatte serve la cena, la libreria Ikea mostra una collezione striminzita di gialli di Repubblica, iniziamo a coordinarci con i sindacati per un’azione di protesta globale, tipo non effettuare accesso ai social per 60 ore.

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L’arrivo del virus nel mondo

Corriere_

il mio pezzo sul Corriere del Mezzogiorno 29 marzo 2020

Sembra passato un secolo, eppure soltanto un mese fa i TG mandavano in onda da Bristol l’ultimo appello di Greta Thunberg ai potenti del mondo, viceversa occupati a sedare guerre e a farne scoppiare di nuove: la salvezza del pianeta siamo noi, urlava alla platea di giovani la sedicenne con le trecce. Sulle time line dei social media scorrevano i dati delle temperature da record in Antartide, le terrificanti immagini di orsi raminghi e denutriti e ghiacciai sciolti; dall’Italia si leggevano le quotidiane denunce per i meravigliosi pini marittimi capitozzati durante la notte, e raccapriccianti scene di guerra assieme a vignette ironiche sul nuovo virus influenzale in Cina: il Covid 19.

Poi, in pochissimi giorni, questo minuscolo granello di materia che ci sazia da milioni di anni e ci contiene, esattamente come un corpo contiene batteri e virus, ha starnutito, mettendoci tutti a tacere.

Il virus è arrivato. L’Italia è stata colpita, L’Europa, gli Stati Uniti.

Gli ultimi dati a disposizione trovati in rete, che si riferiscono alle rilevazioni sino al 4 marzo 2020, parlano chiaro, il taglio della produzione industriale nella sola Cina ha portato a una riduzione di circa 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica. In meno di tre giorni dal decreto del nostro Premier, anche nelle città del nord si respira aria di montagna; le strade deserte sono frequentate per lo più da gatti, cani, volpi e cinghiali; le foto di Piazza Duomo e Piazza Navona sembrano scattate in un’epoca lontanissima.

Nessuno può gioire per questa situazione, anche perché il virus è democratico e non c’è chi possa sostenere di essere fuori pericolo, in salvo, neppure Trump, la perdita economica del Paese è ingente, così come quella dei liberi professionisti, delle migliaia di Partite Iva ingiustamente escluse da qualsiasi provvedimento “a supporto dei cittadini”, però mi domando se non sia il caso che ci si fermi tutti, anche lassù, per domandarci quale costo di vite abbia, e soprattutto avrà, la politica industriale praticata negli ultimi cento anni, quando poi, costretti a rimanere al chiuso delle nostre case, ci ritroviamo a non sapercene che fare delle inutilità di cui ci siamo circondati.

Costretti alla reclusione domiciliare, pena multe salate o arresto, quando anche i social hanno perso il ruolo di mezzo per dimostrare al mondo quanto valiamo, esauriti gli argomenti – il capufficio dispotico, la collega carina, l’automobile superaccessoriata che vorremmo sopra ogni cosa, la maestra del figlio che ci sta antipatica, il corso di scrittura, la palestra affollata- ecco che ognuno è messo di fronte a quello che rimane. Allora si è costretti a pensare e a parlare guardandosi negli occhi, proprio come in un dramma mitteleuropeo, e, mentre in sottofondo gli anchorman propongono quotidianamente nuovi argomenti con cui distrarci, ci troviamo di fronte alla persona con cui abbiamo scelto di condividere l’esistenza e che ormai vedevamo per lo più su Facebook, quella che a sera, al termine di una cena sbrigativa, distrutta dalla giornata di lavoro, ci diceva “ciao amò” e ci sedeva accanto sul divano per sonnecchiare davanti alla televisione, altro diaframma necessario tra noi e il reale. Allora notiamo la sua evidente distrazione, quella che prima del virus credevamo stress da superlavoro, e il nostro improvviso disinteresse per quel “nessuno” che ci aveva catturato il cuore con i suoi “buongiorno tesoro” corredati da una valanga emoticon.

Ecco che tutte le indispensabili distrazioni da un’esistenza che ci ha costretto a vivere per lavorare hanno esaurito in pochi giorni la loro funzione. Azioni automatiche come prendere cellulare e caricatore non occupano più la nostra mente. E se la nostra esistenza si svolgeva per lo più fuori dalle mura domestiche, se tra cene, passeggiate per il corso con le amiche e presentazioni di libri, riuscivamo a evitarci, ecco che adesso, il confronto con ciò che siamo diventati è inevitabile.

Quando da bambina mi ammalavo, mia madre mi consolava dicendomi che stando stesa mi sarei allungata, che sarei cresciuta tanto da potermi sedere all’ultimo banco, mia massima aspirazione. Quello che penso, e spero, è che questo virus che ci ha colpiti, indistintamente e, ripeto, senza distinzione di censo e nazionalità, conduca tutti noi a una crescita profonda e che, soprattutto, ci convinca a riflettere su quanto sia importante la salute del nostro splendido pianeta e a fare finalmente qualcosa.

Elena Bibolotti si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi. In questi giorni in libreria con il romanzo “Io e il Minotauro”. bibolotty.wixsite.com/ilmiosito

 

un volto italianissimo

Una desolata certezza era nel suo volto pallido, italianissimo: una compostezza italiana in tutto il suo atteggiamento, pieno di semplicità e di dignitoso decoro“.

queste due righe sono tratte dal lungo racconto, intitolato Il castello di Udine, che Carlo Emilio Gadda fece della prima guerra mondiale. scene sparse di una poesia e di uno strazio oggi inimmaginabile: perché sui monti ci morivano i ragazzi, anche e soprattutto, perché si combatteva per fare l’Italia, e vecchi, e giovani,  morivano assieme. e questo è il mio mondo privato e per lo più notturno, quello ricevuto in eredità da mio padre morto a 62 anni mangiando ricotta e cioccolato, morto a 62 anni perché il cuore non avrebbe retto a tutto questo. e questo è il sentimento, perfino patriottico che mi avvince quando sono tra me e me, e che ritrovo nelle lettere di mio nonno, nelle parole di mia madre.

poi, come un incubo arriva il giorno e l’anziana signora che ghigna alla cassa del supermercato, col carrello ricolmo in vista della temibile pandemia, e che mi guarda, io col  vasetto di sugo in mano e nient’altro, e dice, per difendersi ancor prima dell’attacco: eh, ma se faccio passare pure te… . la cassiera fa spallucce: sono sola dietro di lei, non c’è nessuno in fila perché sono le 14:00 di domenica, e non gradisco nemmeno mi si dia del “tu”.

poi, come nel peggiore dei mondi possibili, al dignitoso decoro, italianissimo, del ventenne morto ammazzato sui monti tra il tuonare delle bombarde, vedo contrapporsi l’anziano social (esibizionista, a caccia di like) che, aizzato da i titoli dei giornali, maledice tutti i giovani della terra che osano riportare la notizia, il dato di fatto incontrovertibile, purtroppo, che il #Coronavirus miete più vittime tra gli anziani e gli immunodepressi. nessuno gioisce, è una notizia, un dato di fatto. e poi si muore tutti: basterebbe ricordarlo, di tanto in tanto, per vivere più dignitosamente.

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in libreria il mio quarto romanzo Io e il Minotauro