le persone e le ideologie

FB è una condanna per il creativo, inteso come essere umano passionale di forma e umore mutevole. rimpiango l’antica distanza che ha fatto di Victor Hugo mio padre e di Romain Gary il mio amante ideale.

il maledetto universo social richiede verità, perché, come per XFactor, il pubblico di pancia sniffa i sentimenti a istinto, la verità la legge nello sguardo dell’artista e la brandisce come un’arma. non gli interessa ascoltare cantanti che conoscano la musica, che sappiano leggerla, ma border line in grado di “raccontare la propria storia“, così come non vuole leggere scrittori che conoscano le raffinatezze della lingua italiana, ma simpatici amiconi che abbiano le stesse proprie idee, con i quali interloquire simpaticamente sui fatti del giorno, chattare, cui all’occorrenza sottoporre propri manoscritti per una valutazione gratuita.

il creativo in vetrina, anche detto “artista”, deve sempre aderire ai gusti del pubblico, condannare quando tutti condannano, gioire quando tutti gioiscono, essere gentile, gioviale, modesto (tanto il pubblico non sa distinguere modestia da umiltà), e mantenersi politicamente al centro, non essere mai troppo fascista ma nemmeno dileggiare i seguaci del Duce. insomma, lo scrittore che vuole vendere i propri romanzi e non sia direttore editoriale di nessun grande gruppo o intellettuale di punta dell’intellighenzia salottiera romana,  assomiglia più a un banditore di pentole da Fiera, a un camaleonte social, che a uno in grado di fare le mode, più che di subirle.

lo scrittore/ scrittrice deve genuflettersi al suo pubblico. non manifestare idee diverse, mai troppo femminista, sempre nel giusto, sorella della mansuetudine, nemica della passionalità, che pure serve e fa audience, ma che potrà esibire soltanto attraverso aforismi comprensibili a tutti.

dal 28 settembre, in tutte le librerie, “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (Castelvecchi): dal moderno bovarismo alla manipolazione relazionale.

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io questo occidente l’ho provato

le mie sono soltanto riflessioni, personalmente non ho nulla da insegnare, né su FB né altrove. ma mi domando: di quale libertà parliamo? quella di mostrarci nude?, di fare sesso con chi ci va? la libertà di leggere ciò che voglio, e di scrivere, è l’unica che mi riserverei in questo occidente consumista e consumato dai debiti. la libertà di soggiornare quotidianamente su almeno 7 social, di avere trentamila sconosciuti cui rendere conto, di cambiare cellulare ogni due anni, di parlare per ore con l’operatrice telefonica dalla Romania che mi propone l’ennesimo contratto vincolante, di rifarmi la bocca a cinquant’anni, a me questa specie di libertà non interessa.

bisogna ripristinare i valori occidentali, dice qualcuno in TV. e quali?, quelli della chiesa cattolica che condanna il sesso fuori dal matrimonio, l’omosessualità, la diversità, e stupra minori?  la fratellanza che crea speculazioni sui morti del terremoto dell’Aquila? la cultura lottizzata tra gli amici del Ministro? le biblioteche, i musei, le fotografie, la moda, la splendida mobilia dei nostri artigiani, l’arte culinaria, i prodotti tipici, la terra?, magari quella non inquinata dalla camorra, pertanto assai rara, quella delle sementi per il grano che ormai non c’è più.

siamo mucche da latte, come scrive Matteo sotto il mio post. lui come me riflette, e sa che le mie non sono prese di posizione, perché soltanto il libero arbitrio ci distingue dalle bestie, perché attualmente non siamo liberi neppure di parlare, giacché siamo troppi ed è difficile farsi sentire, perché siamo vacche da mungere, come si usa dire nel marketing. perché tutto quello che produciamo è valutato con la lente della “vendibilità” e non del piacere, non dell’originalità del contenuto, della forza poetica.

attorno a me una massa d’incompetenti, occidentali e presuntuosi, individualità che brucano il prato della conoscenza giusto il tempo di trovare una frase incisiva da postare su FB o da insegnare a un corso di scrittura creativa.

qui il mio ultimo romanzo. il prossimo in uscita in autunno per Castelvecchi.

il genio sa rubare.

era il 1999 quando partii per San Francisco, assieme ad alcuni editori, per trattare l’acquisto di Liquid Audio, un software che consentiva di scaricare musica pagando i diritti all’artista e alla casa discografica. invece arrivò MP3 e ci fregò tutti. musicisti per primi, che dopo il plauso iniziale e aver goduto per alcuni anni della fama del web, si son trovati senza più diritti e con le vendite dimezzate. “Copyfree, Copyfree”, digitava la maggioranza.
ecco, oggi io direi “ma anche no”.
in un’epoca d’individualismo e mancanza d’idee, quando l’impiegato a stipendio fisso può permettersi di pagare un editore, o di non prendere soldi e baciargli anche le mani, a discapito di chi vive di parole, direi che la libera circolazione delle idee sia più che altro un delitto. a meno che gli impiegati decidano di dividere il proprio stipendio con chi scrive per lavoro e a causa dei crumiri fa la fame.

dunque approfondisco la vicenda, sulla quale, per il momento, amici comuni non hanno proferito parola.
ieri sera, girando per FB, leggo questo post: “In ciabatte. Testo: Tutto questo mioddiocheccaldo ci fa capire la senilità anagrafica e culturale del Paese, che a vent’anni il caldo te lo abbracci con lo scooter in bermuda e lo ami ogni volta che vedi svolazzare sottovesti, pensando alle infinite possibilità del caldo, uscire in ciabatte, partire per inviti casuali, concerti, stare per strada fino alle due, sapendo che l’orrido autunno e l’abominevole inverno degli orari, delle sveglie, dei sottomuta sotto i jeans, di mamma che ti insegue dicendo prendilombrello è così lontano da essere invisibile. Mettere vestagliette, recuperare i 40 percepiti come categoria della gioia“.  è un’amica che l’ha condiviso dalla giornalista (che amo assai) Flavia Perina.

metto il mio like, commento, buonanotte.

stamane leggo la stessa frase sulla home di un tizio, uno dei miei primi contatti FB. gli domando come mai il post a firma della Perina sia sulla sua home e privo di virgolette, o del nome della scrivente. lui, Paolo, impiegato della Pubblica Amministrazione, mi risponde che in fondo il post non è soltanto della Perina, e quindi è di tutti. in buona fede gli domando se sia stato scritto assieme ad altri, come i “foglietti di Prevert”. lui prontamente mi risponde di no, ma poiché in quelle parole ravvisa un che di Gadda e un che di altri noti scrittori, non vede perché attribuirlo alla giornalista.
ovviamente replico: ma che cazzo dici! “ammesso che tu abbia letto Gadda“, non glielo dico ma lo penso.
qualcuno mi scrive che sono una cacacazzi, una che si fa troppi nemici.
altri che ho coraggio da vendere.
niente di tutto questo: non amo i disonesti, mi sono diplomata alla Silvio d’Amico, sono finita sul lastrico per il Jazz, sono una che vive di creatività e la creatività si paga.

quindi mi apposto on line, e a chi dà merito a Paolo della frase in oggetto, che è bellina proprio e merita una condivisione, scrivo che la frase no è sua. Paolo mi banna.
ebbene penso sia meglio così, perché intanto Paolo non ha mai comprato un mio romanzo, e poi perché non sia mai ravvisasse in me un che di de Sade.

il diritto d’autore va tutelato.
il genio sa rubare, l’imbecille si fa beccare.

solisti

ieri ero al concerto di Fabrizio Bosso, nella favolosa cornice di Palazzo Venezia, sotto una luna velata di umidità, tra plotoni di zanzare. seduta alle mie spalle una coppia che mi ha deliziato per circa mezzora. non mi sono mai voltata a guardarli. amo immaginare l’espressione da cui provengono certe banalità. erano due come io non sarò mai, neppure lavorandoci sopra, e che si sono raccontati anche ciò che non hanno visto, letto o ascoltato, che vanno dietro a ciò che si dice in giro e non sanno distinguere un quadro da un poster. ogni frase dava all’altro l’input ad alzare la posta, una gara a chi ne sapeva di più. e in poco più di trenta minuti siamo andati dallo “ius soli” allo Strega passando per vaccini, economia, Ciabatti, vacanze e Renzi.

i due usavano la cautela del primo appuntamento. stesso ambiente, stessa cerchia di amici. mi sono domandata come potesse essere il primo bacio tra due così, intrappolati nelle loro certezze, in un odore che sembrava lo stesso per entrambi: antizanzara e nicotina. e chissà se anche per persone dall’agenda così fitta di mondanità a poco prezzo esista un baratro, e se sia più piccolo del mio, di diametro minore così come di profondità.

quando è iniziato il concerto hanno smesso di parlare. forse hanno incrociato le braccia sul petto per impedirsi di toccarsi furiosamente, ma non credo, forse, come me hanno iniziato a stare nella musica. al termine del primo incredibile “assolo” di Fabrizio hanno applaudito, fischiato, urlato, erano caldi come la notte romana, già bollenti di entusiasmo. poi, quando l’orchestra ha completato il pezzo, tra virtuosismi e micro espressioni musicali, i due hanno ripreso a parlare.

perché il mondo è pieno di gente che applaude soltanto i solisti.

da parte mia un grande applauso a Paolo Silvestri, direttore e arrangiatore, alla splendida orchestra (il Man tra loro) e a Fabrizio Bosso, che, tutti assieme, hanno contribuito a farmi passare l’emicrania.

cara Gianna

quindi la storia va così. stanca di questo Paese, parti con Carla, la tua compagna, e la piccola Penelope, tua figlia. e pensare che anch’io avrei voluto un figlio, ma poi ci sarebbero voluti un mucchio di quattrini per farlo. sì, certo, nessuno lo mette in dubbio, Gianna, i tuoi soldi te li sei guadagnati, è vero. peccato però non aver contribuito tu per prima alla crescita del nostro Paese, che sai, non per essere patriottica, ma è uno dei posti dove vivrei più volentieri, almeno io. ci fossero persone che pagano le tasse, poi, soprattutto quelli che potrebbero farlo, sarebbe un paradiso questo Paese che tu lasci perché non garantisce un futuro alla tua piccola.

perché vedi, Gianna, tu patteggiasti con il fisco, e come te Valentino Rossi e tanti altri, forse anche il tizio che ha avuto la cittadinanza onoraria qualche giorno fa e delirava sbronzo da qualche posto a Napoli festeggiato dalla folla. qualcosa anche lui l’ha data al fisco, il resto credo se lo sia pippato, ma giustamente, sono fatti suoi, benché io mi rifiuti di applaudirlo. perché tanti altri, sai, quelli che invece le tasse proprio non ce la fanno a pagarle, loro non possono fuggire, né patteggiare, perché l’avvocato costa e il commercialista pure, mentre una corda o una tanica di benzina non costano un cazzo.

è vero che qui in Italia non si respira per quante tasse si pagano e quanti pochi servizi abbiamo, sebbene il nostro welfare tanti Paesi se lo sognino,  perché sai, Gianna,  le tasse dovrebbero essere proporzionali al patrimonio di ognuno, più guadagni più paghi, invece da noi succede che, chi come te può, patteggia, o vive un po’ qua e un po’ là, chi non può, paga, o si vede portare via tutto e si suicida. quindi, cara Gianna, sappi che se questo Paese non garantisce un futuro a Penelope, è per colpa dei politici sicuramente, ma anche per colpa tua, che hai evaso per anni, che hai patteggiato, e che ora te ne vai.

però, occhio Gianna, che lì in Inghilterra le tasse saranno pure meno salate, ma se non paghi ti fanno il culo sul serio.