campo di carne su Crapula Club

vi linko questo racconto che mi è stato ispirato da G.P., madre di due bambini, prostituta, assassinata per strada ad agosto dello scorso anno. secondo classificato al Premio Damiani Editore 2017 è stato pubblicato a giugno su Crapula Club, rivista letteraria che amo molto e vi consiglio.

Grazie per la lettura, la condivisione e il riscontro.

puttanesimi

se volessi riassumerlo è questo il tema di Conversazioni sentimentali in Metropolitana, in uscita dopo l’estate per Castelvecchi Editore, e, il puttanesimo, ossia affermare la propria autonomia appoggiandosi al conto corrente di amante/marito o compagno, non è cosa di cui si può parlare, in epoca di politically correct e nazifemminismo, senza rischiare di essere linciati.

ma basta andare in treno e farsi un paio di volte la linea Viterbo Roma in orario di punta, prendere un bus qualsiasi, andare a un party della “gente bene” con terrazza sulla città vecchia (una qualsiasi fa lo stesso), per sentire quali sono le informazioni di base, di cui molte di noi hanno bisogno, per decidere se uscire o meno con qualcuno: se lavora e quanto guadagna. l’amore viene dopo, se viene, sennò pazienza.

ma se questo è giustificabile in tempo di crisi, perché in definitiva siamo tutti profughi in epoca di capitalismo sfrenato, non può essere considerato onorevole né una tradizione da portare avanti, soprattutto se andiamo in giro sventolando la bandierina de “il culo è mio e me lo gestisco io”. insomma, trovo personalmente ridicolo usare gli altri due cognomi del nostro sposo per acquisire autorevolezza, quella dovrebbe essere soltanto nostra, almeno se ci proclamiamo libere e indipendenti e andiamo censurando tutti i machisti dei social.

trovo sia venuto il momento di parlare della contraddizione fortissima tra ciò che molte pubblicizzano e ciò che invece fanno. per me, evolverci significa affermare finalmente  la nostra autonomia pagando da sole il conto del ristorante, o decidere per il sacro principio del puttanesimo, cioè non nasconderlo, né aggredire chiunque ne faccia menzione. 

qui il mio ultimo libro. anche in ebook.

tutte studiose con le botte delle altre

solo quest’anno credo siano usciti cinquanta romanzi sulla violenza di genere, a essere ottimista. va di moda. il che non mi rende felice, poiché è evidente che siamo troppe, sia a prenderle sia a scrivere.

il mio “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (in uscita per Castelvecchi editore a fine estate), racconta carnefici e vittime sorpresi ancora allo stato larvale, soprattutto non individua la vittima soltanto nella donna, gioco fin troppo facile, ma fa del dramma un “Girotondo” di manipolazioni, pensando a Schnitzler, appunto, dove il manipolato a propria volta cerca qualcuno da piegare, una coazione a ripetere per lo più automatica in deviazioni affettive di questo genere. perché la vittima impara dal carnefice, e se sopravvive gliela fa pagare.

ma non è di questo che voglio parlare, avrò modo di svelare un po’ della storia, tra l’altro piuttosto leggera, in altri post. ciò che mi preme evidenziare (e senza voler fare polemica) è che talune colleghe tanto affezionate alla carnalità della scrittura e al racconto personale, soprattutto quando muovono critiche verso le altre incolpandole di essere poco autentiche, si dichiarino stavolta quasi tutte estranee al fatto, (almeno quelle lette), quasi preferiscano non essere protagoniste del dramma ma soltanto spettatrici, quasi che essere “manipolate” e picchiate sia un’onta all’intelligenza femminile.

tutte hanno studiato, letto, ascoltato decine di storie di altre donne, un buon modo per testimoniare la propria capacità investigativa o di tenersi alla larga dall’odore acre della lotta e sentirsi al di sopra di questo umiliante percorso? non ne ho idea, non lo so e forse non m’interessa. io invece le botte le ho prese sul serio, e ne ho prese talmente tante da dover uscire di casa con le maniche lunghe anche con 30° all’ombra, tanto da giocarmi un enorme patrimonio, tanto da bere fino a crollare sul marciapiede. il che non significa che il mio romanzo valga più del loro, ma che non mi vergogno di essere stata una vittima.

il mio ultimo libro anche in ebook

 

mal d’amore

il fatto è che mi sono già “scritta” abbastanza. non è parlare di me che m’interessa. ho fatto l’attrice e lo sono ancora, e recitare è come andare in bicicletta, se lo hai fatto una volta non lo dimentichi più, e quindi dopo 20 anni di lavoro sul testo il mio mestiere rimane quello d’immedesimarmi e chiedermi: che cosa prova un uomo affetto da gelosia ossessiva?, e quanti tipi di gelosia ossessiva esistono? e infine, per raccontare efficacemente questo personaggio violento, dovrei andare in carcere a parlare per esempio con il mio ex compagno di Accademia Vittorio, condannato a 5 anni per violenza psico fisica verso la sua compagna?, per averla marchiata a fuoco e averla costretta a mangiare escrementi?

no, i segni li conosco già. la gelosia ossessiva, quella di Mairet, e la più letale, la Sindrome di Otello, quella che insiste finché non ottiene la confessione e la scusa per uccidere. e poi le mie storie hanno finali assurdi, avessero soltanto finali drammatici sarebbero come tutte le vicende terribili che si consumano fuori dal mio studio. invece io voglio  liberarle tutte le mie eroine, perché con un attentato al giorno ci vuole il lieto fine, perché si può anche cambiare noi, e decidere di lasciarli quando fanno male, quando è abbastanza, quando traducono tutto nella propria lingua, quando più che parlare, menano.

perché nessun amore è necessario. perché alla fine tutto diventa ricordo.

 

Lara e il darla bene

non che in zona sua certe abilità femminili siano importanti.
«Qui in via dei gerani se rimani incinta vai dal prete», Lara ride e fa un gesto a dimostrazione che per loro è tutto più semplice che mettersi a fare certi calcoli, come noi signore borghesi in cerca del marito che ci garantisca una buona carriera.
«E se non ci vai, dal prete, o se non ci vuole andare lui, arivano i fratelli e menano a tutti e due», ride di nuovo e ribadisce la semplicità della faccenda.
i fratelli, spiega, sono fratelli proprio della ragazza che “c’è rimasta” o esterni, chiamati in aiuto dai genitori.
esprimo la mia perplessità e lei si spiega, acchiappando con le mani pieni di anelli le parole che si muovono evidentemente attorno al tavolino del bar dove siamo sedute, cercandole nel mio sguardo.
«Insomma, sì», conclude «sò dei “fratelli generici” che vengono pagati  per mettere a posto certe situazioni».

ho voluto vedere dove abita, le ho anche detto che anni fa cercavo una casa proprio lì.
«Ma dai… », mi fa incredula, e mi fissa con gli occhioni grandi.
li sbatte un paio di volte: «Ma che, quando stavi cò quello che te menava?», e lo dice a un volume abbastanza alto da coinvolgere anche la barista che infatti esce sul marciapiede e inizia a sproloquiare su tutti quelli che lì in zona, menano.
li riconosce dalla faccia se sono colpevoli.
sa se meneranno quando li vede uscire dal bar, la sera.
ha i numeri di telefono di tutte le mogli, per avvisarle.
«E i fratelli? le donne non posso chiedere aiuto ai fratelli?», chiedo io.
«E i fratelli pure menano la sera», e fa spallucce, «menano le mogli loro».

quindi, questa storia del “darla bene” non convince lei quanto non convince me.
le confesso con un filo di voce, perché la barista non senta, che avrei potuto ricattare un po’ di maestranze se soltanto avessi conservato la metà delle email che negli anni mi hanno inviato guardoni e sodomiti democristiani in cerca di sollazzo gratuito.
Lara rimane con la bocca aperta, il piercing trema sul labbro inferiore come un tuffatore poco coraggioso sul trampolino.
«Ma perché?», mi fa, «perché le hai cancellate?».
«Perché un uomo non si prende, non si tiene, non si ricatta».
Lara sarebbe anche d’accordo non fosse convinta che i maschi vanno puniti.
«Quelli delle altre, almeno», e si accarezza un grosso livido sul braccio.

andiamo a casa sua.
vuole cucinarmi dù spaghetti.