insopportabili

leggendo certi interventi femminili, la sola considerazione che mi viene da fare è: dio mio quanto siamo scassaminchia, antipatiche, supponenti. dopo aver espresso il mio scetticismo verso l’operazione #molestie, ritenendo che un hashtag fosse un’azione ininfluente e che chi è ricattata in azienda, dove le luci dei riflettori non arrivano, chi è stuprata in famiglia, chi costretta dal marito o dal fidanzato a soddisfare amici e parenti, lo resterà a vita e senza poter fare niente, sono stata criticata e bannata da molte donne.

leggo e rileggo alcuni brani di Romain Gary sulla femminilità, e il suo profetico ammonimento, perché sarà la femminilità a salvare il mondo e non la violenza. e mi domando quali saranno i frutti di tante polemiche, tipo commentare velenosamente il post di un fotografo professionista alla sfilata di Miss Intimo 2017, domandandogli piccata: “perché tutte nude?”; o le scritte intimidatorie: mo’ sò cazzi vostri.

c’è chi ha ricattato e chi si è fatto ricattare, e il ricattatore va punito, non ammazzato, semmai educato. un’abitudine diventa tale solo se accettata da ambo le parti, e io di complici ne vedo tante, che in pubblico bastonano il nemico e in privato gli si offrono per un lavoro. è anche di questo che parla Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, della contraddizione che è in ognuna di noi, dell’incapacità a comprendere che l’evoluzione non significa necessariamente destrutturazione, che essere autonome non significa diventare maschi. perché avere le palle per me non è un pregio. e che usare il femminismo per difendere i propri interessi, come sempre fa la Ministra Boschi è ridicolo, pericoloso, e offensivo per noi che non abbiamo santi in paradiso e stipendi da parlamentare.

 

 

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ancora pippe su FB?

e magari fossero le belle pippe in chat dei tempi andati, quando ci si diceva cose sconce con Ministri e pezzi grossi, e che secondo me, causa molestie e ricatti, nemmeno si usano più. no, sono pippe sul senso della scrittura feisbucchiana, i pixel in disfacimento, la time line che scorre inesorabile come un fiume in piena portandosi via i nostri pensieri, le nostre preziose parole. tutte analisi già splendidamente scritte da Roberto Cotroneo su Sette, almeno otto anni fa. io, su un Magazine di minor fama, Informare per Resistere, scrivevo “La deriva di twitter“, rubrica settimanale sull’evoluzione della specie social.

ma la rete è ormai una discarica intellettuale di articoli inutili e di imbecilli che mettono like in automatico e per simpatia, piena di roba vecchia, idee riciclate, Magazine che vivono due stagioni e servono a chi le ha ideate, e ci scrive, ad autopromuoversi, a creare plusvalore, fumo negli occhi al proprio essere ininfluenti. perché scrivere a certi livelli, oggi, non ha più senso.

la bolla degli esordienti è scoppiata anni fa, inutile sperare di essere Paolo Giordano II, che poi, uno ne ha scritto di grande successo, il resto è fama ereditata. gli editori? la maggior parte dei medi grossi nomi sfruttano le speranze degli scrittori 2.0, appunto i segaioli di Facebook, per fare cassa e pagare i propri redattori. tantissimi propongono contratti iniqui: assenza di editing e correzione di bozze, nemmeno le 10 copie stampa (alcuni le promettono e invece non è così), Ufficio Stampa te lo paghi tu, distribuzione da print on demand, e giacché Messaggerie offre un servizio di Stampa su richiesta, ma questo non è scritto nel contratto, non saprete mai quante copie saranno stampate, né quando potrete riprendervi i vostri mai rispettati diritti. fossimo in un’aula e chiedessi ai gabbati di alzare la mano ne vedremmo delle belle. un bell’elenco di editori disonesti che mai avremmo pensato.

il guaio è che c’è anche chi non sa fare altro che recitare, suonare e scrivere, e che non  sopravvivrà in una realtà fatta da gente che paga agenti letterari fino a tremila euro e che accetta condizioni umilianti pur di dirsi “scrittore”.

Conversazioni Sentimentali in Metropolitana. su IBS, 5 stelle.

per chi si scrive

su FB, Angela sostiene che si scrive per gli altri, per essere più amati. Lorella, ieri al telefono, mi ha detto che secondo lei si scrive al contrario per amare di più se stessi, perché in definitiva questa società lascia poco spazio reale, oltre i selfie che di reale non hanno più niente, alle nostre ambizioni. il 18 gennaio 1899 Cechov scriveva a Maksim Gor’kij: “Le vostre righe riguardo la locomotiva, alle rotaie e al naso che affonda nella terra sono assai graziose, ma ingiuste. Non si finisce col fracassarsi il naso in terra perché si scrive, ma al contrario si scrive perché ci si fracassa il naso e non resta più altro dove andare“.

Io a un certo punto ho pensato che volevo il disimpegno… “, dice Natalia Ginzburg in un’intervista condotta da Marino Sinibaldi, “non che lo volevo ma era assolutamente necessario, indispensabile per un romanziere. Che un romanziere non doveva porsi il dovere di cercare di portare dei miglioramenti alla società, ma invece semplicemente scrivere meglio possibile i suoi romanzi“.

io scrivo per guadagnare. vi sembrerà assurdo ma è la stessa ragione che avevo per lavorare in teatro: pagare le bollette grazie all’unica cosa che so fare, inventare storie. in questi anni un po’ mi sono preoccupata di piacere agli editor sperimentalisti, i lacrime e sangue supercazzole che dirigono giornali, case editrici; trascinatori di leccaculo sui social e docenti di scuole di scrittura creativa.

ma adesso che ho capito quanto l’editore, inteso come marchio, sia inutile e addirittura dannoso, se non animato da vero amore verso l’autore, e che le case editrici sono per lo più frequentate da omminicchi messi lì perché magari disposti a non prendere stipendio per sbandierare il piccolo potere che hanno nella patta, ho deciso di autopubblicarmi sotto pseudonimo scrivendo ciò che a me piace di più.

e ho già l’acquolina in bocca.

qui una bella recensione del mio ultimo Romanzo “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana”

Campo di Carne

Ve lo ripropongo oggi che è sabato e avete forse un filo in più di tempo per soffermarvi su Gloria, di cui ometto il cognome per le ragioni che conoscerete leggendo la sua storia. Un racconto nasce da un fatto che vogliamo raccontare, un avvenimento di cronaca, di storia, una pura invenzione,  ma anche dalla storia dei luoghi, dalla geografia, dalla toponomastica di una città. La donna di vent’anni, prostituta, la cui foto campeggia ancora sulla scrivania del mio computer, è stata uccisa ad agosto di quest’anno sulla nettunense. Un primo articolo indicava proprio Campo di Carne come luogo dell’abbandono del corpo, un nome evocativo, spaventoso. Campo di Carne, infatti, non è solo un campo vicino a un cavalcavia dove si prostituisco (e spesso vengono ammazzate) decine di giovani donne, ma è stato campo di battaglia per i romani durante la conquista dell’agro pontino e per gli alleati sbarcati ad Anzio durante la seconda guerra mondiale. Così mi sono domandata se ci fosse Dio, lì. E l’ho domandato a Gloria. 
Ecco perché sono così fiera di aver raggiunto questo traguardo perché conosciate la sua storia. Grazie ancora a Enrico Damiani Editore, per aver avuto l’occasione di diffondere questo racconto. https://www.enricodamianieditore.com/short-story-regolamento/racconti-premiati-edizione-2017/#secondo 

la motivazione della Giuria del premio: Campo di Carne di Elena Bibolotti, secondo classificato: “Una vita da incubo narrata come fosse il diario mentale di una prostituta. La scrittura asciutta e tagliente restituisce la drammaticità di un’esistenza disperata. Il racconto non cede a una retorica del dolore ma sceglie la via di una discesa agli inferi piena di affetto, angoscia e desiderio di salvezza, per descrivere“. un personaggio determinato, coraggioso, lucido e eppure schiacciato dalla violenza che la circonda.

Qui, Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, Castelevecchi Editore, ottobre 2017

lezioni di vita gratis

erano anni che su FB nessuno più mi veniva a dare lezioni di vita. questo perché mi guardo bene dal farlo io per prima e dal commentare sotto bacheche troppo frequentate, come quella dell’amico Fulvio Abbate. ma l’articolo pubblicato ieri sul Berlusca decrepito, cui nessuno consiglia di smettere di truccarsi, era troppo goloso (ah, lo trovate qui). e insomma, per difendere la povera Mara Carfagna, chiamata in causa amichevolmente sul pezzo de Linkiesta, mi son trovata con le mani sulla cattedra bacchettata davanti a tutti dall’esimio sconosciuto: “che, lei c’era quando se lo spupazzava?“. ho sempre difeso la Ministra e ho usato il termine “spupazzare”, non altro. che fossero culo e camicia si sa: era sempre a Palazzo Grazioli per cene ufficiali (o forse “cene ufficiali” devo scriverlo a caratteri cubitali?), e volendo mettere da parte Guzzanti e le presunte intercettazioni (ho scritto PRESUNTE EH), non ho digitato nulla di sessista: erano amici, punto, si sa, stesso partito. fine, cazzo.

quindi due. ben due maschi all’attacco in una sola giornata: nervi scoperti, evidentemente. stress da denuncia ritardata di molestie, signori poco dotati di ironia e di senso della misura: siamo su FB, non in seduta parlamentare, non in assemblea permanente sulla questione femminile. e un’ultima cosa, giusto un consiglio ai Professori con bacchetta: quando volete attaccare qualcuno, almeno date una scorsa alla time line del malcapitato. infine, in linea generale, non è che perché si fanno battaglie per la parità dei diritti e per l’impiego femminile e contro la violenza, io poi debba difendere tutte le donne del pianeta sempre, comunque e qualunque cosa facciano o dicano. se una è stronza lo è seppure donna, e glielo si dice.

(p.s. a quello che mi ha fatto la ramanzina su Amazon: se tu hai usato la piattaforma schiavista fino a ieri, sappi che io non ho nemmeno la Postepay, ma che se le librerie -grandi, medie, piccole-, campano esclusivamente grazie a Fabio Volo e non ordinano il mio romanzo, dicendo la cazzata che non è disponibile, io mando i miei lettori su Amazon. tutti, sindacati o meno).

qui il link a Ibs (Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, ottobre 2017, Castelvecchi Editore)