GIUNTI al punto di crisi: evviva Amazon

lo so, non è giusto, è il secondo innamoramento letterario in un anno ed è ancora un uomo. e poi così improvviso, fulminante. ma io non seguo le mode, non leggo ciò che è “in voga”, meno che mai premiati o finalisti. non subito, magari dopo qualche anno. prima annuso, ascolto giudizi, leggo recensioni ma senza troppa attenzione.
così decido che devo averne ancora e chiamo la libreria “Giunti al Punto” di Bracciano “Centro Commerciale”. domando se hanno “Di bestia in bestia” di Michele Mari. mi si dice che non c’è, che se voglio ordinarlo devo passare prima a pagare.
cosa?
eh?
rispondo che non ho la patente e non so come arrivare fin lì, ma che di certo il 18 passerò a prendere il volume, di stare sereni, che se posso fornire loro il numero di carta di credito lo faccio subito, a garanzia.
ma niente da fare.
non ordinano se non dopo pagamento: dictat della direzione.
e certo, come se non ci fosse possibilità di “reso”, come se tenersi sugli scaffali un autore del calibro di Mari possa far finalmente scomparire certi pessimi volumi, per lo più rosa nauseabondo e noir banale; come se l’influenza del vero scrittore possa causare l’improvvisa rigenerazione del sistema “editoria di merda” e riportarlo a una situazione “editoria vera”.
ma quando amo non mi do per vinta: così chiamo la libreria di Bracciano centro, sempre Giunti. chiedo di nuovo di Mari, ripetendo TRE volte il nome dell’amato, e mi sento rispondere la stessa cosa: che se voglio ordinare QUEL libro, devo prima passare a pagare.
con voce flautata e la mia miglior dizione prego il commesso, gli dico che dopodomani è il mio onomastico, Santa Elena, di farmi questa cortesia. Gli faccio anche presente che da loro ho ordinato e comprato TRE Murakami e QUATTRO Covacich, che per “A nome tuo” sono dovuta andare TRE volte lì a vuoto, che magari il mio nome è scritto da qualche parte, dove c’è anche scritto “cliente affidabile”.
no, no e no.
La minaccia finale, la stessa che usai per i ginecologi del San Giovanni, quando mi trattennero senza ragione nel reparto ostetricia, è quella di dirmi giornalista e che denuncerò la cosa.
il Man s’incazza. mi dice che a combattere contro i mulini a vento mi farò solo male, e che denunciando certe miserie otterrò soltanto svantaggi.
gli rispondo che se il Lago di Bracciano è ridotto così è perché è pieno di gente che non combatte, rassegnata a perdere prima d’iniziare e che tanto, se Giunti al Punto non ordina Michele Mari, figurarsi se ordinerà me.
(p.s. il presente post è rivolta alla Direzione Generale Giunti, non ai commessi della libreria, gentilissimi, che non hanno altra scelta che seguire le regole).
qui il mio ultimo libro.

il genio sa rubare.

era il 1999 quando partii per San Francisco, assieme ad alcuni editori, per trattare l’acquisto di Liquid Audio, un software che consentiva di scaricare musica pagando i diritti all’artista e alla casa discografica. invece arrivò MP3 e ci fregò tutti. musicisti per primi, che dopo il plauso iniziale e aver goduto per alcuni anni della fama del web, si son trovati senza più diritti e con le vendite dimezzate. “Copyfree, Copyfree”, digitava la maggioranza.
ecco, oggi io direi “ma anche no”.
in un’epoca d’individualismo e mancanza d’idee, quando l’impiegato a stipendio fisso può permettersi di pagare un editore, o di non prendere soldi e baciargli anche le mani, a discapito di chi vive di parole, direi che la libera circolazione delle idee sia più che altro un delitto. a meno che gli impiegati decidano di dividere il proprio stipendio con chi scrive per lavoro e a causa dei crumiri fa la fame.

dunque approfondisco la vicenda, sulla quale, per il momento, amici comuni non hanno proferito parola.
ieri sera, girando per FB, leggo questo post: “In ciabatte. Testo: Tutto questo mioddiocheccaldo ci fa capire la senilità anagrafica e culturale del Paese, che a vent’anni il caldo te lo abbracci con lo scooter in bermuda e lo ami ogni volta che vedi svolazzare sottovesti, pensando alle infinite possibilità del caldo, uscire in ciabatte, partire per inviti casuali, concerti, stare per strada fino alle due, sapendo che l’orrido autunno e l’abominevole inverno degli orari, delle sveglie, dei sottomuta sotto i jeans, di mamma che ti insegue dicendo prendilombrello è così lontano da essere invisibile. Mettere vestagliette, recuperare i 40 percepiti come categoria della gioia“.  è un’amica che l’ha condiviso dalla giornalista (che amo assai) Flavia Perina.

metto il mio like, commento, buonanotte.

stamane leggo la stessa frase sulla home di un tizio, uno dei miei primi contatti FB. gli domando come mai il post a firma della Perina sia sulla sua home e privo di virgolette, o del nome della scrivente. lui, Paolo, impiegato della Pubblica Amministrazione, mi risponde che in fondo il post non è soltanto della Perina, e quindi è di tutti. in buona fede gli domando se sia stato scritto assieme ad altri, come i “foglietti di Prevert”. lui prontamente mi risponde di no, ma poiché in quelle parole ravvisa un che di Gadda e un che di altri noti scrittori, non vede perché attribuirlo alla giornalista.
ovviamente replico: ma che cazzo dici! “ammesso che tu abbia letto Gadda“, non glielo dico ma lo penso.
qualcuno mi scrive che sono una cacacazzi, una che si fa troppi nemici.
altri che ho coraggio da vendere.
niente di tutto questo: non amo i disonesti, mi sono diplomata alla Silvio d’Amico, sono finita sul lastrico per il Jazz, sono una che vive di creatività e la creatività si paga.

quindi mi apposto on line, e a chi dà merito a Paolo della frase in oggetto, che è bellina proprio e merita una condivisione, scrivo che la frase no è sua. Paolo mi banna.
ebbene penso sia meglio così, perché intanto Paolo non ha mai comprato un mio romanzo, e poi perché non sia mai ravvisasse in me un che di de Sade.

il diritto d’autore va tutelato.
il genio sa rubare, l’imbecille si fa beccare.

la prima volta di Nicla

«Sai quando ebbi il primo orgasmo?», mi fa Nicla mentre spando crema sulle mie gambe. Ah, chiaramente lei non si chiama Nicla e io non sto qui a raccontarvi i fatti suoi.
Le rispondo di no. Comunque sia ha già deciso di raccontarmi tutto. Capisco quando la mia amica è incline alla malinconia, gli occhi virano sul grigio e non le va mai bene niente, neppure il lago, stamane deserto.

«All’epoca vivevo in Viale Regina Margherita, frequentavo il primo anno di Belle Arti».
Abbasso gli occhi e mi domando chi l’abbia persuasa a diventare bancaria.
«La mia coinquilina, Silvia, era una ballerina, danzava al Teatro dell’Opera e in alcuni night Club del litorale». Mi guarda, «Sei mai entrata in un Clun Privé d’inverno e in un giorno infrasettimanale?». Ho il mio “no” già in canna, mentre immagino donne seminude accasciate su divanetti sporchi di macchie sospette.

«Quella notte leggevo Cime tempestose, sarà stato novembre e fuori pioveva. Verso le ventidue sentii del trambusto, voci maschili, passi e risate soffocate. Silvia entrò nella mia stanza senza bussare e finì sul mio letto, arrotolandosi nella coperta mi chiese se potevo tenerle quel tocco di fumo nascosto da qualche parte e soltanto per qualche ora, e, se non era un problema, anche “il ferro” del suo ragazzo, che tirò fuori dal jeans con cautela e mi mostrò.
Guardai con preoccupazione prima la pistola e poi Silvia, infine accettai. Sarebbe stato complicato trovare un fitto così basso in quella zona. E poi volevo evitare la figura di merda da figlia di papà senza coraggio.
Mi disse di servirmene pure, non della pistola, chiaramente».

Ridiamo.
Nicla riprende a parlare mentre tortura un laccetto di cuoio della mia borsa da mare.
«Mi rollai una canna, poi un’altra. Leggevo e di tanto in tanto chiudevo gli occhi sui campi di erica piegati dal vento. Sentivo fuori della stanza voci sconosciute, immaginavo loschi individui che si litigavano la mia attenzione, la mia attenzione che si spingeva assieme alle mani verso un luogo sicuro, e caldo, sotto le coperte».
Nicla mi guarda come se avesse concluso.
Io annuisco: ho capito.
«Quella notte aspettai l’alba assieme ai miei primi orgasmi clitoridei, credo una cinquantina soltanto quella notte. Ma lo faccio anche oggi, dopo trent’anni, quando mio marito finalmente parte».

noi over 40

dopo averci fatto il lavaggio del cervello sulla opportunità offerta dall’inseminazione artificiale e le immense gioie della maternità tardiva, senza però avvertirci del prolasso e altre storie, come ogni estate importanti Magazine e numerosi stati social, in barba al politically correct, dettano nuove regole sul bon ton femminile.

l’elenco, lunghissimo, ci vorrebbe non troppo suore e nemmeno troie.  non potremmo portare capelli lunghi, mettere rossetti troppo accesi, indossare shorts o minigonne nemmeno se in possesso di belle gambe, tatuarci, correre, bere, perché l’alcol sta meglio addosso a un uomo, anche se poi torna a casa e ammazza di botte moglie e figli. severamente proibito indossare gioielli in spiaggia così come essere troppo abbronzate, mai abiti senza maniche e bikini, proibito lanciarsi in balli di gruppo; banditi gli atteggiamenti da ragazzine (forse ridere, cazzeggiare, innamorarci), perché poi il marito trova la scusa per lasciarci e mettersi con la giovane straniera, come dichiarato qualche giorno fa da un mio contatto machista, e allora non potremo neppure lamentarci perché certe cose vanno messe in conto e aggiunte all’infinita lista del “ve la siete voluta voi“, compreso il fatto che, come dichiarato stamane su Il Fatto da Massimo Fini, è la nostra aggressività a farvi froci.

se decidessimo d’indossare il buqua, giusto per non infastidire i criticoni, avremmo la sollevazione delle femministe.

per gli uomini, invece, una sola raccomandazione: fatevi pure vedere sul corso con la ventenne, ma mai e poi mai con il colletto della polo alzato.

storie di burini e amore

non so che cosa spinga un essere umano pacifico ad acquistare una moto che fa tanto insensato rumore. perché il rumore è perfino accettabile se serve a scavare strade, a costruire palazzi e ponti. ma per il mio vicino, evidentemente no, e la sua marmitta di merda è il prezzo da pagare per questa estate già inclemente. qualcuno deve averlo convinto fosse il top, lui che martella a tutte le ore come fosse l’unico abitante del paese, il loro cane che abbaia anche ai piccioni, e la moglie che, anziché farlo smettere, abbaia più sguaiatamente del cane.

ma non so di preciso che cosa spinga un cinquantenne anguillarino a montare sulla sua moto, infilarsi il casco, allacciarselo, uscire dal proprio garage e dal cancello a motore spento, tirare su la lampo del chiodo in ecopelle, chiudere il cancello, estrarre lo SmartPhone ultranuovo dalla tasca, chiamare non si sa chi, accendere il marmittone di merda e restare come un coglione davanti al suo cancello, a cinquanta centimetri dal mio curatissimo giardino e dalle gatte, con motore acceso e cellulare all’orecchio.

ieri sera ho urlato. oggi ho sfidato ogni pericolo e sono uscita in pigiama, (un cotone lilla dignitoso), mostrandomi dietro il cannucciato con tazza di caffè in mano e faccia allibita. ma l’idiota non capirà che c’è gente che magari torna dal lavoro alle quattro del mattino. l’idiota vede da sé alla propria marmitta di merda, il resto gravita attorno al proprio rumore, e pensa che alle 08.30 del mattino lui abbia tutto il diritto fare come gli pare, anche far scorreggiare la sua cosmica marmitta mentre la madre gli detta la lista della spesa.

se scrivesse un romanzo (e forse lo ha già in stampa), il nostro burino scriverebbe che l’amore è la cosa più bella che c’è, ed è l’unica che conta, ed è sacrificio. della moglie però, e mio.