puttanesimi

se volessi riassumerlo è questo il tema di Conversazioni sentimentali in Metropolitana, in uscita dopo l’estate per Castelvecchi Editore, e il puttanesimo, ossia affermare la propria autonomia appoggiandosi al conto corrente di amante/marito o compagno, non è cosa di cui si può parlare, in epoca di politically correct e nazifemminismo, senza rischiare di essere linciati.

ma basta andare in treno e farsi un paio di volte la linea Viterbo Roma in orario di punta, prendere un bus qualsiasi, andare a un party della Bari bene con terrazza sulla città vecchia, per sentire quali sono le informazioni di base, di cui molte di noi hanno bisogno, per decidere se uscire o meno con qualcuno: se lavora e quanto guadagna. l’amore viene dopo, se viene, sennò pazienza.

ma se questo è giustificabile in tempo di crisi, perché in definitiva siamo tutti profughi in epoca di capitalismo sfrenato, non può essere considerato onorevole né una tradizione da portare avanti, soprattutto se andiamo in giro sventolando la bandierina de “il culo è mio e me lo gestisco io”. insomma, trovo personalmente ridicolo usare gli altri due cognomi del nostro sposo per acquisire autorevolezza, quella dovrebbe essere soltanto nostra, almeno se ci proclamiamo libere e indipendenti e andiamo censurando tutti i machisti dei social.

trovo sia venuto il momento di parlare della contraddizione fortissima tra ciò che molte pubblicizzano e invece fanno. per me, evolverci significa affermare finalmente il sacro principio del puttanesimo, non nasconderlo, né aggredire chiunque ne faccia menzione. 

qui il mio ultimo libro. anche in ebook.

tutte studiose con le botte delle altre

solo quest’anno credo siano usciti cinquanta romanzi sulla violenza di genere, a essere ottimista. va di moda. il che non mi rende felice, poiché è evidente che siamo troppe, sia a prenderle sia a scrivere.

il mio “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (in uscita per Castelvecchi editore a fine estate), racconta carnefici e vittime sorpresi ancora allo stato larvale, soprattutto non individua la vittima soltanto nella donna, gioco fin troppo facile, ma fa del dramma un “Girotondo” di manipolazioni, pensando a Schnitzler, appunto, dove il manipolato a propria volta cerca qualcuno da piegare, una coazione a ripetere per lo più automatica in deviazioni affettive di questo genere. perché la vittima impara dal carnefice, e se sopravvive gliela fa pagare.

ma non è di questo che voglio parlare, avrò modo di svelare un po’ della storia, tra l’altro piuttosto leggera, in altri post. ciò che mi preme evidenziare (e senza voler fare polemica) è che talune colleghe tanto affezionate alla carnalità della scrittura e al racconto personale, soprattutto quando muovono critiche verso le altre incolpandole di essere poco autentiche, si dichiarino stavolta quasi tutte estranee al fatto, (almeno quelle lette), quasi preferiscano non essere protagoniste del dramma ma soltanto spettatrici, quasi che essere “manipolate” e picchiate sia un’onta all’intelligenza femminile.

tutte hanno studiato, letto, ascoltato decine di storie di altre donne, un buon modo per testimoniare la propria capacità investigativa o di tenersi alla larga dall’odore acre della lotta e sentirsi al di sopra di questo umiliante percorso? non ne ho idea, non lo so e forse non m’interessa. io invece le botte le ho prese sul serio, e ne ho prese talmente tante da dover uscire di casa con le maniche lunghe anche con 30° all’ombra, tanto da giocarmi un enorme patrimonio, tanto da bere fino a crollare sul marciapiede. il che non significa che il mio romanzo valga più del loro, ma che non mi vergogno di essere stata una vittima.

il mio ultimo libro anche in ebook

 

se ti sopporto non è amore

una ragazza, ieri, su twitter, tale Lara, Nina, Viola, insomma una di quelle bellezze nascoste dietro foto e nickname, e che la sa lunga sicuramente più di me, ha scritto: che cosa si deve sopportare in nome dell’amore? ed io, che come spesso accade ragiono su certi quesiti, ho risposto, più a me che a voi: niente, non sopporti niente perché se sopporti non è amore. e su questo che per me è un principio basilare, ho anche scritto Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita dopo l’estate per Castelvecchi),  ma anche Pioggia Dorata e Justine 2.0.

ho sopportato megalomania, corna e botte. il risultato è stato trovarmi con il culo per terra, senza lavoro, casa, senza figli, e nemmeno il beneficio degli alimenti. c’è chi sopporta in nome della tranquillità famigliare, commenta Brunella sotto il mio post su FB, chi come me ha sopportato perché manipolata; chi lo fa perché “meglio con lui che sola”, come aggiunge giustamente Dirce, perché c’è il mutuo da pagare, per pura pigrizia.

un’altra amica, (ma questo post è unisex), afferma di sopportare le differenze dell’altro per accrescersi chiamandole però difetti, perché la sopportazione per amore determina forza, scrive. ma io credo che sotto lo sguardo caldo dell’amore, il diverso da me mi arricchisca e basta, seppure nella distanza, e non considero quindi un difetto la sua diversità, né devo perciò sopportarla.

è questione di termini, di sfumature, credo, di allontanarci a passo svelto dall’iconografia cattolica nella quale, tra oro e rosso cardinale, si annida l’idea dell’amore come sacrificio supremo. forse è così l’amore materno, che conduce madri a farsi derubare e picchiare perché il fanciullo trentenne abbia il cellulare di ultima generazione, auto rombante e jeans di marca, perché d’altra parte Gesù era maschio, e pure barbuto, e per lo più assente, e amante delle puttane, ma non credo possa più essere così tra due adulti. perché sopportazione fa sempre coppia con dolore.

 

buoni voi

vi vedo, ligi e rispettosi, mentre prendete accordi con la badante cui darete una miseria sottobanco perché si spippi i vostri genitori per tutto il mese di agosto, durante il quale avete preso in affitto una villa al mare con tanto di sguattera pagata in nero, e giardiniere. siete ammirevoli quando sfruttate i vostri sottoposti o proponete loro contratti capestro, che tanto accettano perché son coglioni e vogliono lavorare a per forza; o incauti creativi; o entusiasti scrittori.

siete ammirevoli quando parcheggiate in seconda fila, e smadonnate pure se qualcuno deve uscire ed è lì che sta attaccato al clacson da un’ora: e che cazzo e che modi!, siete onesti, quando timbrate il cartellino e invece andate a fare la spesa, in piscina o a fare compere, e minacciate pure il collega che vuole denunciarvi; quando correte a prendere l’unico posto libero alla presentazione del libro dello scrittore famoso lasciando indietro l’anziana con bastone: e che cazzo c’ero prima io.

qualcuno la getterà pure la spazzatura per le strade, o forse è lei che si anima e scende in strada con le proprie zampe. qualcuno non le pagherà le tasse intestando prime case ai figlioli. qualcuno suggerà impropriamente denari allo Stato fingendosi cieco, invalido al 90%. qualcuno sarà pure responsabile di aver pagato in cambio di un lavoro per il figliolo, per questo sfacelo culturale, per la mancanza di meritocrazia, per l’ascesa di Berlusconi. qualcuno andrà pure a teatro ad applaudire Scanzi anziché Pirandello.

non credo proprio siate tutti onesti quaggiù all’inferno.

luogo comune

su Luogo comune wikipedia riporta queste parole:

    1. modo di dire semplice e superficiale dettato dal pregiudizio.
    2. cosa detta da una o più persone, anche per un ampio periodo di tempo, talvolta vera o inesatta.

dire che un film è pieno di luoghi comuni dunque non è un giudizio, suvvia non scherziamo, non è una critica sensata, non è analisi del testo, è la patente da commentatore ignorante sul magazine on line dal nome che può sembrare autorevole e invece no, la pietra angolare della non critica. l’altro giorno ne ho letta una del genere che sbraitava contro il film “Fortunata“, scritto da Margaret Mazzantini e girato da Castellitto. nessuna recensione per i contenuti propri del genere: movimenti di macchina, dialoghi, fotografia, ma un cumulo di giudizi personali e superficiali su personaggi, psicanalisi, uso del mito e storia.

ora, capisco pure la frustrazione dell’uomo comune pagato zero euro dal suddetto magazine verso chi ha una carriera alle spalle lunga una vita, capisco anche che Castellitto e Mazzantini farebbero un favore a molti se si rinnovassero, benché non mi pare che la cinematografia italiana altrove brilli di luce propria, ma non è quello che m’interessa, non è il film il luogo del contendere di questo mio breve sfogo, quanto la mancanza di strumenti del mestiere e professionalità dello stroncatore che, più che raccontarci la trama e liquidare protagonista (Jasmine Trinca), autrice e regista con un: che ne sa la coppia radical chic che vive ai Parioli dei drammi di chi vive a Tor Pignattara, non fa.

demolire un film pieno di luoghi comuni con altri luoghi comuni, ossia che chi vive ai Parioli non sa, è come dire che i politici sono tutti ladri. bene, prossima volta faremo in modo di mettere il violento fascistello ai Parioli e la Mazzantini e Castellitto a Tor Pignattara, così che si capisca che non è il luogo comune il problema, ma il modo di raccontarlo.