argomento top(a) della settimana

chissà perché sul “darla non darla” abbiamo da dire molto più che sulle stragi. ma quanta retorica, ragazze mie. donne che si elevano, si abbassano, solidarizzano, condannano, perdonano. e allora mi unisco anch’io al coro, io che scrivo di autonomia e di femminismo da anni ma che sono apprezzata più che altro dagli uomini, perché ho il coraggio di fare autocritica, e con le femministe invece litigo ogni giorno, perché non amo ragionare per schemi e odio le bandiere, perché mi accorgo sempre più spesso che, dietro una femminista che non ha dubbi, c’è il più delle volte una stronza misogina e poco solidale, e l’elenco di nomi sarebbe lungo e pieno di sorprese.

quanta solidarietà femminile a parole. soprattutto per un po’ di consensi. ma vi vorrei vedere così ben disposte anche con l’amica che non ha lavoro, con la diciottenne che trovate a letto con vostro marito, con la collega scrittrice più talentuosa di voi ma senza le vostre amicizie, con la bellissima che potreste, sì potreste pubblicizzare ma cazzarola è pure intelligente allora meglio di no. conosco molte donne che non l’hanno data al produttore ma al marito: deputato, giornalista, avvocato, professore universitario. conosco donne che l’hanno data senza successo ma non hanno nemmeno rimpianti, altre che l’hanno tenuta per sé e ora piangono, altre lo hanno fatto per lavoro, a venti, trenta, quarant’anni, anche quando non erano confuse. a volte si è costrette, altre volte è soltanto la via più comoda, e anche negarlo è ipocrita.
sulle dinamiche nessuno deve mettere bocca: si fa anche se non piace perché a volte è l’unica via. ma si fa anche a testa alta e anche se non è l’unica via. in entrambi i casi il nocciolo del problema è che a darla (e a prenderle), godendo o piangendo, siamo sempre e soltanto noi.

dal 28 settembre, in libreria “Conversazioni sentimentali in Metropolitana“, Castelvecchi Editore.

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lo scriveva Twain

un po’ di romanzi li tengo anche in bagno. libri della BUR edizione ’50 ’60, in copertina grigio topo o rosso fuoco rilegata, che stanno in un palmo, impaginazione da urlo, non un refuso, appunto. per lo più classici divertenti, Dickens Charles, Twain Mark. li apro a caso e suggo voracemente la loro infinita compassione per l’imbecillità umana, e la capacità di rendere assoluti difetti dei loro contemporanei e farli passare per doti.
trascrivo qui la breve lettura di ieri tratta da Twain, “Un americano alla corte di Re Artù”

“La conversazione della Tavola Rotonda era fatta per lo più di monologhi, di resoconti in forma narrativa delle avventure nel corso delle quali quei prigionieri erano stati catturati e i loro amici seguaci uccisi e privati dei destrieri e delle armi. I linea generale (a quanto riuscii a capire) quelle avventure omicide non erano incursioni intraprese allo scopo di vendicare oltraggi o di definire vecchie dispute, né conflitti improvvisi, no: di regola erano semplicemente duelli fra persone che non erano mai state neppure presentate l’un l’altra e fra le quali non esisteva la benché minima cagione di offesa.

Eppure c’era un non so che di di molto simpatico in quelle creature dal cuore semplice, qualcosa di attraente e di amabile. Non pareva che ci fosse, in tutto quell’asilo infantile,per così dire, tanto cervello da farne un’esca all’amo; ma dopo un po’ non ci si faceva più caso, perché si capiva ben presto che di cervelli non c’era bisogno, in una società come quella e che, anzi, il cervello l’avrebbe sciupata, ostacolata, ne avrebbe guastato la simmetria… forse e avrebbe resa l’esistenza impossibile. “.

#disagio (per voi)

quando ero bambina non riuscivo ad abbandonare le mie bambole nel cestone della stanza dei giochi. nel buio della villa, quando i miei mi credevano addormentata, mi alzavo nonostante la paura che una strega potesse afferrarmi dalla caviglia, e una alla volta le portavo nel mio letto. prima le bambole vecchie e rotte, ai miei occhi le più indifese, poi quelle nuove. a quattro anni, ero nei campi con papà per la raccolta delle olive, il figlio di un bracciante mi lanciò una pietra colpendomi sulla fronte. la cicatrice ancora c’è. ma mentre mi mettevano i punti, io piangevo disperatamente per lui, aveva sbagliato e aveva domandato scusa, non meritava anche una punizione.

così, mentre voi vi sganasciate dal ridere, io mi struggo, davanti al video #disagio (terribile titolo) della direttrice della filiale bancaria, come quando arriva il circo in città o incontro un pensionato tra gli scaffali del supermercato. non posso infierire su chi si è inconsapevolmente reso ridicolo, preferisco accanirmi su Aldo Cazzullo e i suoi inutili libri onnipresenti da Fazio. me la prendo con i potenti, io.  la direttrice della filiale magari non ha potuto sottrarsi alla richiesta dei superiori di girare il video, o peggio si è sottoposta a mesi di corsi di dizione e recitazione, ha pagato qualcuno che la filmasse, ha perso tempo a consultare preventivi, a cercare l’abito adatto; ha rinunciato a seratine a casa davanti alla Tv per provare e riprovare quel maledetto video.

ma alla maggioranza di voi piace innalzarsi sulle debolezze altrui. ciò che sogno è che a ognuno di voi, perculatori seriali e insensibili, fosse chiesto di girare un video motivazionale. il web è potente. e i social uccidono.

perché XFactor è diseducativo

ho diretto una scuola di musica per anni, forse la più popolare dopo il CPM di Paolo Mussida, e a causa di essa, per amore della musica e di chi ci lavorava, ho investito tutto ciò che possedevo. sorvolo su anticamere e inciuci politically correct non andati a buon fine perché troppo “correct”, o su quanti mi abbiano abbandonata dopo il fallimento. ciò che conta oggi è che sono felice di aver fatto qualcosa per il Jazz e che grazie al Jazz abbia conosciuto Maestri come Franco Cerri, Carl Anderson, Terry Bozzio, George Benson, John Petrucci e altri. alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario nello scintillante mondo dell’editoria, la mia unica consolazione è sapere dei tanti miei ex studenti sono oggi ottimi professionisti. ma quando sostengo che XFactor è un programma diseducativo e pericoloso, mi si banna con insulto. perché l’esperienza personale non conta per il populista social.  per l’analfabeta funzionale la conditio sine qua non per poter aprire bocca è la celebrità, non l’esperienza decennale tra spartiti, esami e programmi didattici.

sono anni che sostengo quanto XFactor sia un programma diseducativo, al limite dell’osceno. e non sono bastate le denunce di ex partecipanti buttati al cesso dopo poche stagioni e dimenticati: perché ci vuole ricambio, perché il programma deve andare avanti. ma ieri sera, finalmente, ho avuto la prova di ciò che da 11 anni sostengo guardando la serata di debutto del Talent inglese “Guitar Talent“, capitanato da George Benson, Tony Visconti e Miloš Karadaglic. e mi vien da ridere pensando ai nostri giudici. e vi prego, non mi paragonate Fedez o Agnelli a George Benson.

la costruzione del Talent è al servizio della musica e non del copione lacrimevole da prima serata per casalinghe. nel Talent inglese arrivano sul palco soltanto ottimi musicisti preselezionati, non personaggi insulsi che giuria e pubblico possono divertirsi a prendere per il  culo. i giudizi sono dati quando il concorrente è sceso dal palco, non mentre sta lì in piedi, sotto gli occhi di tutti. dei concorrenti non sappiano nulla, non c’è la mamma ad accompagnarli, la voce fuori campo non racconta vita morte e miracoli per sollecitare commozione: che c’entra l’esistenza del giovane immigrato con il suo talento?, perché la ragazza bullizzata deve passare il turno in quanto “passionale” e quella invece dalla tecnica strabiliante no? sono questi trucchi meschini a distruggere il senso dell’arte e della musica, che richiede talento ma soprattutto cultura, tecnica e precisione.

XFactor chiede “storie da raccontare”, manco gli scaffali delle librerie ne fossero sforniti. Guitar Talent se ne frega delle esistenze fragili dei suoi concorrenti, il produttore di Bowie cerca chitarristi sicuri e talentuosi, non border line da salvare.

In libreria dal 28 settembre “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana” Castelvecchi Editore.

al sesso preferisce la palestra

poi, quando lo scrivo su FB che tanti preferiscono la palestra al sesso, che fanno a gara per sverginare tubi di scappamento, che menano le mani piuttosto che giocare pacificamente, che per prendere coraggio si scolano casse di Ceres, che gli basta offrirti una pizza per sentirsi in diritto di provarci, o che parlano e basta, allora corrono tutti a digitare: ma chi conosci tu?, ma dove vivi?, quali uomini frequenti?

fidatevi di me e delle mie amiche, parola di ex attrice di prosa che su FB ha incontrato più falsi campioni in cunnilingus che avvocati. ma io, almeno, ho smesso prestissimo di fare sesso virtuale, tanto da scrivere Justine 2.0 (Ink Edizioni 2013), ovvero le avventure di una donna che vorrebbe carne e trova soltanto parole, invece tanti continuano felicemente ad accontentarsi di un’idea, fidandosi di foto, trasformandosi nella dea Kalì tutte le volte che la signora moglie, fidanzata, convivente, madre, scende a fare la spesa, cambia pannolini al piccolino, va a correre. e lo immagino, quando scrive in privato le solite cose che scrive a tutte: che è bella e che è intrigante, una mano al mouse, una alla tazza di caffè e le altre attorno all’attrezzo. (ah, ecco, a proposito, magari questo aggettivo nel linguaggio comune significa anche “che incuriosisce”, ma si tratta di una parola “calco” che nell’accezione originaria vuol dire “pettegola”).

è sufficiente sbirciare tra i vostri contatti per capire quali gusti avete e se siete o meno pratici di pesca a strascico, tra l’altro illegale; ci basta dare un’occhiata sulla barra laterale di FB per calcolare quanto tempo passate on line, e che se non postate nulla sulla vostra pagina, significa che siete tutto un “cippi cippi”su Messenger.

ogni tanto, sapere che non ci provate a caso, sapere che siamo proprio noi a interessarvi, può essere una buona mossa. ma i più al sesso preferiscono la palestra, e se gli dici che sei stanca del sesso virtuale, tutt’al più ti propongono di cambiare piattaforma.

in uscita per Castelvecchi “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana”