Campo di Carne

scrissi  la storia di G. dopo aver visto la sua foto su Facebook, la pagina personale soprattutto orfana di messaggi di condoglianze; nessun cuore per G, nessun RIP o la terra ti si lieve. lessi poi un mucchio di banalità e di racconti zeppi di retorica su G.  i fatti nudi e crudi, tolta la disattenzione dell’umanità attorno, erano che a meno di 25 anni G. lasciava due figli, uno di 4 e uno di 2, perché ammazzata di botte dal cognato che la obbligava a prostituirsi facendo le veci del marito che stava in galera. una ribellione. un giorno in cui magari avrebbe preferito accompagnare il piccolo dal pediatra. chi sa.

Campo di Carne è arrivato grazie alla ricerca su Google Maps del luogo dell’omicidio, sulla Nettunense, e alla lettura di alcuni articoli di cronaca sulla prostituzione a Roma. il nome era  giusto. a partire dal 481 a.C. in quel pezzo di terra si era combattuto per la conquista dell’agro pontino, poi, dopo, ci atterrarono gli alleati. c’è anche una targa per i soldati uccisi. non per G.

mi pareva il cimitero più giusto per una giovane che dalla vita non aveva avuto altro se non la gioia di essere madre. e lo scriveva ovunque su FB. quella foto sorridente, assieme ai suoi cuccioli, non mi lasciava dormire, come i suoi occhi disperati. la realtà, la sua storia, è assai più crudele di come gliel’ho data io.

G. mi fece arrivare seconda al Premio Damiani Editore. la sua foto è ancora sul mio computer.

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Marité e certe vecchie storie

«tu non racconti mai niente di te… ».
sento del baccano, un frullare d’ali, forse i suoi angeli che litigano. Marité mi tranquillizza, sta definendo un rapporto di lavoro, cioè si sta facendo pagare da un cliente.
«in che senso non dico nulla di me?», le domando quando sento che ha congedato il tizio, un ottantenne del quartiere, confessa, che ha ritrovato la felicità grazie ai ritrovati della medicina e dei sexy shop.
«ma sì, capisco, ti racconti attraverso i romanzi… ma sai, le persone vogliono la verità, sapere chi sei tu veramente, quando fai le analisi del sangue, se soffri e di quale malattia».
rido: «certo, vogliono verità ma poi si bevono le fiction RAI».
«e dai!», insiste lei.
«allora ti racconterò dell’unica volta in cui me la tirai con uomo e lui non ci stette», rido. francamente mi pare inverosimile, io che mi nego a un divo di quella portata.

Marité mette in viva voce perché anche i suoi angeli in tacco dodici possano ascoltare.
«avevo circa 24 anni. non so a quale replica fossimo lì al teatro Colosseo, La trasfigurazione di Benno il ciccione faceva sold out da mesi. ero schiva anche quando facevo teatro, sai?, non amavo prendere gli applausi giudicandomi per lo più indegna, dopo, evitavo le cene di gruppo… »
«adesso capisco», m’interrompe Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa. «capisco perché non avrai mai il colpo di culo. quello arriva soltanto se frequenti salotti, e non sempre. non lo sapevi?».
«ma ascolta!».
silenzio.

«in camerino arriva un tizio alto e butterato che lì per lì mi parve di aver già visto. Antonino (Iuorio), mio collega, mi fa: Elena, Murray vorrebbe conoscerti… , ecco, lo avevo visto al cinema, forse agli Oscar. cazzarola, Abraham, il Salieri di Mozart, che mi fa il baciamano per complimentarsi.
così quella sera fui sua ospite in pizzeria dove l’attore parlò soltanto con me, nonostante il mio inglese elementare o forse proprio perciò. fu così che mi propose di seguirlo, dicendomi che l’Italia era splendida ma un talento come il mio meritava di più».
«allora?«, Maritè vuole conoscere la fine della storia.
«allora niente. poiché giacché “darla” fin lì mi era servito a poco, decisi di rifiutare il suo invito per un bicchiere al de Russie e lo lasciai nel taxi sotto la pioggia battente. ovviamente gli scrissi, ma non ebbi risposta».
sospira lei e sospiro io.
«credi che se fossi andata da lui mi avrebbe portata a Broadway?, dimmi la verità, Maria Teresa».

si consulta brevemente con i suoi angeli in minigonna.
«no, ti avrebbe usata».
«ecco», le dico infilandomi in bocca un grosso pezzo di cioccolata amara «son storie senza lieto fine, le mie, perciò non le racconto».

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Marité e la Festa del tricolore

«che poi in Italia è necessario avere l’amico giusto anche per installare il contatore del gas. te lo giuro, è successo a una mia amica, a Viterbo, un mese fa, che ha dovuto sborsare 300 euro perché le lasciassero aprire un locale per il quale aveva già fatto la sua Via Crucis, pagando un corso per Pronto Intervento, per esempio, non alla Croce Rossa ma a un’azienda “ics” accreditata dal Comune».

«ah, ecco, una specie di mazzetta».

«hummm… », lei, mordendo con i denti sano un pezzo di torrene avanzo delle feste.

«così il Governo Renzi non ha fatto nulla per alleggerire la Pubblica Amministrazione».

«la nostra è una Repubblica basata sulla Pubblica Amministrazione. anzi, ti dirò di più, amica mia, la Repubblica, la nostra, esiste perché ci sia la Pubblica Amministrazione, che è stata voluta perché un tot di italiani, un numero sempre enorme, avessero il posto fisso così da poter coltivare, nel tempo libero, le proprie velleità artistiche e possibilmente stare sui social».

Maria Teresa, che con tre lauree fa marchette per fare la spesa, sorseggia amareggiata il suo caffè americano. io dal monitor vedo i suoi angeli in tacco a spillo svolazzare  per il monolocale con l’aspirapolvere e il secchio in mano, per le pulizie domenicali.

«oggi è la festa della bandiera ed io ho deciso di ubriacarmi… », mi fa indicandomi il mobile bar, un grazioso e panciuto mobile smaltato arancione, incassato in una nicchia sotto le scale che portano alla sua stanza da letto.

«e chiamerò anche il mio pusher, perché la nostra è una Repubblica basata sul lavoro, degli altri, degli amici degli amici, dei cognati, delle mogli e dei nipoti. e delle amanti».

riaggancia. evviva la Repubblica, sussurro io alle gatte che non mi credono.

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Marité e le credenze popolari

«…quindi il tipo digita: e vatti a fare una bella scopata così ti rilassi».

lei non parla, io lascio che la stronzata cosmica arrivi fino al suo attico ai Navigli e riprendo: «giuro!, siamo nel 2016 e c’è chi la pensa  ancora così».

«ah… », dubbiosa, lei.

«soltanto perché avresti scritto che il menginococco di tipo “c” non proviene dai migranti africani… ah», riassumendo il fatto.

Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa, ci riflette sopra un attimo:
«ma questi che si accalorano per certi temi, che fanno proclami e di tutto per provare che i migranti sono una piaga, che ci rubano il lavoro e sono cellule terroristiche, sono mai stati in guerra?, lo conoscono il significato della vita?, sanno che manca sempre poco?, perché la vita dura un respiro per quanto appaia lunga?, e quando pensi a domani ti accorgi che è già finito e nel frattempo non ti sei goduto un cazzo e sei rimasto a ringhiare dietro il monitor per anni?».

accende il phon.

«o forse pensano che le donne portano ancora la camicia da notte bianca con sopra scritto: “non lo fo per piacer mio ma per far piacere a Dio”?, e in nome di che cosa, poi,  e di chi?, se loro non sono nemmeno Principi di Salina ma tutt’al più quarantenni nevrotici, che per la maggior parte non possono più prendersi alcuna responsabilità, e la prima cosa che ti domandano è se hai un lavoro a tempo determinato?».

io non intervengo neppure. Maritè fa la puttana, sa meglio di me quante calorie brucia a ogni appuntamento, quante energie a ogni nuovo amore.

«e anche se volesse, l’italiano medio dopo i 30 mette su pancia!, di norma preferisce starsene sotto a guardare le performance di lei, notoriamente bonissima e ben rasata come quelle dei film hard, altrimenti meglio la moglie».

spegne il phon.

«vivono attaccati alle proprie appendici digitali ma credono ancora in Babbo Natale, nella vincita alla Lotteria e nel maschio attivo che ne fa “due senza levà”». ride. «ma son credenza popolari… ».

mai sputtanarlo, potrebbe servire.

insomma, la mia amica mi telefona ieri a ora di cena per raccontarmi di un suo ultimo contatto che, per mancata esibizione di tette via email, l’avrebbe defollouata.

lei, Maria Teresa che con tre lauree fa marchette per fare la spesa, sta su FB e Twitter con il proprio profilo familiare, quello semplice con tanto di nome, cognome, selfie campagnoli e marittimi e una biografia da rendere fieri i suoi, pensionati tarantini e timorati di Dio.
attualmente, Marité  lavorerebbe per una famosa catena di librerie, a Milano, o supermercati del libro, come le chiama lei che preferisce i mercatini dell’usato per trovare bei romanzi, invisibili nell’oceano di (anche pessimo) noir italiano.

ed è proprio uno scrittore di noir il tizio che ieri l’ha defollouata, oltre che giornalista per uno dei più famosi quotidiani peninsulari.
e pensare che l’uomo, tarchiato e occhialuto, non ha mai neppure incontrato la Marité professionista che trafigge cuori su piattaforme più adatte a quel commercio, e su Instagram, (non svelerò il suo nickname, non domandatemelo), dove mostra senza indugio, e a chiunque, le proprie tette naturali, grandi e sode, generalmente fasciata da una luce in bianco e nero, con tacchi vertiginosi ai piedi e corpetti stile Romance americano, come il pubblico maschile vuole, nemmeno un bulbo pilifero a opacizzare la perfezione di una puttana da pagare a rate.

ma Marité non gliel’ha detto. non gli inviato per email il pieghevole con tanto di tariffario delle proprie prestazioni garantite, sull’affidabilità e la discrezione di una puttana che abita nel cuore di Milano e serve da più di dieci anni per lo più uomini d’affari.
perché a Marité piace negarsi ogni tanto, dire di NO, ha per lei lo stesso sapore della meringa con panna a Piazza Castello, a Torino, chi si concede una tantum, quando sua cugina suora sale a trovarla.

«e tu che cosa hai fatto?», le ho domandato curiosa.
«sputtanarlo non serve a niente», ha affermato lei sgranocchiando un grissino.
«perché come dice la mia amica Nina, c’è sempre il rischio che un maschio diventi famoso, e allora potrebbe servirmi. non sai quanti incapaci che nel Partito Comunista erano relegati nel servizio d’ordine, ora siedono in Parlamento».

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