cronache

è per la vecchia abitudine condominiale di farsi i cazzi altrui, tipo sapere come è morto un amico di FB domandando ad amici comuni, che mai e poi mai avremmo interpellato, se il cancro era al polmone o all’uretra o al cervello e quanta chemio abbia dovuto fare il poveretto, se ha vomitato e perso i capelli, è perciò che il pubblico predilige i romanzi in stile cronachistico. coinvolge conoscere lo stato d’animo del protagonista mentre s’infila i calzini a bordo letto, titilla la curiosità approfondire se quei calzini siano spaiati e perché, rabberciati o nuovi, e, in caso, chi li ha comprati e dove. emoziona esplorare i particolari della prima colazione del nostro eroe, entrare nel dettaglio, sapere se macchierà di caffè il latte che sta scaldando sul fuoco nel bricco che non ricordava di avere e che gli ricorda la madre; potrebbe cambiare la nostra giornata, arricchirci di elementi nuovi essere edotti dall’autore su quanti chilometri dovrà fare il nostro protagonista da casa all’ufficio, quante scale salirà per parlare con il proprio capo.

lo leggo da certi stati di FB che raccolgono centinaia di like e che, viceversa, mi annoiano da morire. amate le storielle commoventi, il lieto fine. perché, parafrasando Cechov, l’essere umano ha una specie di predilezione per le definizioni dell’ovvio. è perciò che sto scrivendo racconti senza finale.

il mio ultimo romanzo in vendita qui

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