in scena

non trovo il teatro, non so neppure in quale stazione sia scesa da un treno che portava ritardo, e soprattutto perché fossi in viaggio; non ricordo la parte che certamente avevo mandato a memoria, il copione, come da copione, pare sia sparito, non trovo nemmeno il costume di scena. eppure ero certa di volerlo fare lo spettacolo, di aver firmato il contratto, ma i calzini che ho hai piedi sono quelli di mio padre che però è morto quando avevo ventisei anni, e non credo siano giusti per il personaggio che devo recitare sebbene non ricordi quale sia.  perché la cosa l’ho presa sottogamba, perché ho detto di sì non credendo si potesse fare, che lo spettacolo sarebbe saltato come succede tante volte.

invece sono tutti in scena e c’è anche una folla incredibile di pubblico pagante. e continuo a cercare tra i camerini quello giusto, dove forse la sarta ha già appeso il costume; nonostante il vociare in platea e la prima campanella, mi guardo attorno alla ricerca di uno sguardo amico: dicono che anche il testo faccia schifo, che le battute son scritte con i piedi.

mi rassegno, non ce la farò mai, dovrei fuggire. ma il tramestio tra le quinte m’impensierisce, quell’idea assurda di lasciare i colleghi da soli ad affrontare un buco di scena. perché la differenza tra un vero artista e un accattone di consensi sta nella generosità e nello spirito di sacrificio.

poi mi sveglio. oggi sarà una giornata meno calda.

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