bontà dei vaccini, cattiverie della Grünenthal

i nativi digitali, ma anche quelli nati nell’ottanta, non sanno di che cosa parlo. l’Ufficio d’igiene era il terrore di ogni marmocchio analogico in età scolare, il luogo orribile dalle mattonelle verde acqua preposto alla profilassi, freddo e inospitale, davanti al quale ci dibattevamo urlanti, tentando l’ultima via di salvezza con la fuga verso via Giulio Petroni.

non credo di aver mai visto i miei genitori discutere sull’opportunità o meno di vaccinare me e mia sorella. a settembre, quando l’aria del mattino frizzava e la nostalgia delle vacanze era meno forte del desiderio d’iniziare la scuola, mamma ci caricava sulla cinquecento per accompagnarci all’ufficio d’igiene. mia sorella era ligia, la maggiore, la condannata al “buon esempio”. io, come da copione, iniziavo a frignare appena sentivo puzza di disinfettante, forse dalla sera prima, viste le mie qualità profetiche.

per convincermi, mi si terrorizzava dicendomi che sarei morta dopo la prima caduta dalla bicicletta, alla prima slinguazzata dello spinone Lappi, che insomma esistevano infezioni mortali cui non saremmo scampati.

l’idea che a causa di certi farmaci molti bambini non avessero braccia e gambe, o portassero strane scarpe con la zeppa a compensare la diversità degli arti, dovuta alla focomelia, mi terrorizzava. e forse qualcuno se lo ricorda il caso Grünenthal, casa farmaceutica che, nonostante gli allarmi e le prove concrete, nel 1958 portò a un consumo del talidomide in ogni categoria e gruppo di età e al lancio del prodotto sul mercato internazionale.

non sono infettivologa e non ho figli, so però che i vaccini sono il progresso e salvano la vita anche a chi come me è troppo vecchio per la profilassi, inoltre, l’idea di vivere in una società contaminata da mocciosi non mi piace, ma nemmeno dare tanta libertà a un Ministero che non ha mai brillato per trasparenza, che ha ucciso per trasfusioni e nascosto lingotti d’oro nel puff del salone, fottendosene della nostra incolumità.

Vaccinare ma evitare l’uso totemico della scienza, (come mi suggerisce Antonella da FB), almeno finché essa sarà legata al profitto delle case farmaceutiche. insomma, non lanciamoci in pericolosi proclami sulla magnanimità di chi ci cura, siamo sempre in Italia, ma non demonizziamo la sanità pubblica manco fossimo in un film dell’orrore.

 

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