Marité e certe vecchie storie

«tu non racconti mai niente di te… ».
sento del baccano, un frullare d’ali, forse i suoi angeli che litigano. Marité mi tranquillizza, sta definendo un rapporto di lavoro, cioè si sta facendo pagare da un cliente.
«in che senso non dico nulla di me?», le domando quando sento che ha congedato il tizio, un ottantenne del quartiere, confessa, che ha ritrovato la felicità grazie ai ritrovati della medicina e dei sexy shop.
«ma sì, capisco, ti racconti attraverso i romanzi… ma sai, le persone vogliono la verità, sapere chi sei tu veramente, quando fai le analisi del sangue, se soffri e di quale malattia».
rido: «certo, vogliono verità ma poi si bevono le fiction RAI».
«e dai!», insiste lei.
«allora ti racconterò dell’unica volta in cui me la tirai con uomo e lui non ci stette», rido. francamente mi pare inverosimile, io che mi nego a un divo di quella portata.

Marité mette in viva voce perché anche i suoi angeli in tacco dodici possano ascoltare.
«avevo circa 24 anni. non so a quale replica fossimo lì al teatro Colosseo, La trasfigurazione di Benno il ciccione faceva sold out da mesi. ero schiva anche quando facevo teatro, sai?, non amavo prendere gli applausi giudicandomi per lo più indegna, dopo, evitavo le cene di gruppo… »
«adesso capisco», m’interrompe Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa. «capisco perché non avrai mai il colpo di culo. quello arriva soltanto se frequenti salotti, e non sempre. non lo sapevi?».
«ma ascolta!».
silenzio.

«in camerino arriva un tizio alto e butterato che lì per lì mi parve di aver già visto. Antonino (Iuorio), mio collega, mi fa: Elena, Murray vorrebbe conoscerti… , ecco, lo avevo visto al cinema, forse agli Oscar. cazzarola, Abraham, il Salieri di Mozart, che mi fa il baciamano per complimentarsi.
così quella sera fui sua ospite in pizzeria dove l’attore parlò soltanto con me, nonostante il mio inglese elementare o forse proprio perciò. fu così che mi propose di seguirlo, dicendomi che l’Italia era splendida ma un talento come il mio meritava di più».
«allora?«, Maritè vuole conoscere la fine della storia.
«allora niente. poiché giacché “darla” fin lì mi era servito a poco, decisi di rifiutare il suo invito per un bicchiere al de Russie e lo lasciai nel taxi sotto la pioggia battente. ovviamente gli scrissi, ma non ebbi risposta».
sospira lei e sospiro io.
«credi che se fossi andata da lui mi avrebbe portata a Broadway?, dimmi la verità, Maria Teresa».

si consulta brevemente con i suoi angeli in minigonna.
«no, ti avrebbe usata».
«ecco», le dico infilandomi in bocca un grosso pezzo di cioccolata amara «son storie senza lieto fine, le mie, perciò non le racconto».

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