#immigrazione, sogni e collari

correggo manoscritti da alcuni anni, roba che per dovere morale dovrei cancellare e riscrivere daccapo. ma non posso, perché mi pagano per rendere presentabile il prodotto al cliente senza snaturarlo,  per farne un oggetto che l’autore cercherà di vendere alla nonna, alla cugina, alle amiche, al negozio di cartoleria all’angolo. per questo talvolta sono acida, perché il 90% delle volte lavoro su brutta roba: ma diventare celebri, raggiungere l’obbiettivo di una pubblicazione con chicchessia, è ormai per molti un sogno che si fa schiavitù, come fare le vacanze all’estero senza dover taroccare foto, o rifarsi la bocca da un chirurgo che non  ce la distrugga, o spararsi botox in faccia, o arrivare a cinquant’anni e potersi permettere un toy boy, pazienza se non abbiamo mai letto neppure i Promessi Sposi o Parise, o la Fallaci, che citiamo pure.

siamo qui all day long a puntare il dito sugli immigrati, mentre quarantenni “belle dentro” scrivono romanzi erotici privi di verità; scrivono frasette contro la violenza domestica mentre sono avvinte dal desiderio di essere dominate da un maschio bellissimo, di avere accanto un figaccio rude che dica loro: prendine, che è la sola cosa che ti meriti, come non ci fosse che questo, la concezione cazzocentrica che ci vuole prone in attesa  benefico strumento che risolverà ogni nostro guaio, e che ci consolerà, nonostante non abbiamo sufficiente talento per un Talent Show e dobbiamo comprare cartelle e quaderni per i figli. però poi deploriamo il burkini. e chiediamo la parità, mentre la nostra vicina si fa riempire di botte dal marito disoccupato.

siamo schiavi di emozioni tarocche. schiavi dell’effetto che faranno sugli altri. di quanti like otterremo. postiamo foto delle  atlete che si aiutano tra loro, ma guai a spendere qualche parola con la signora del lettino accanto che son due ore che spara cazzate sugli immigrati e non sa quanto la nostra nazione sia sotto scacco, e ridicola, se il capo anti ‘ndrangheta si oppone alla legalizzazione della cannabis, se si propongono corsi d’inglese per immigrati, quando i nostri concorsi per i Conservatori richiedono ancora tutta la cazzo di documentazione su carta.

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