vecchia zia

qualche settimana fa, su Sky Classic commedia, ho visto L’erba del vicino, 1960, con Cary Grant, Deborah Kerr e Robert Mitchum. una roba asciutta con certi dialoghi da fare invidia a Williams, Tennessee, non Roby o Roy, o che so io. Tennessee, il grande drammaturgo omosessuale con padre repressivo che ha scritto alcuni dei più bei drammi del nostro cinema, e del teatro, quello che facevano un tempo anche i doppiatori nostrani per restituirci le finali delle parole. non come quelli di oggi, impiegati dell’azienda di famiglia che dai banchi di scuola (fatta male) passano ai microfoni del doppiaggio, senza sapere dove sia di casa la capacità di farsi capire, non dico recitare.

comunque L’erba del vicino è una storia piccola piccola che cresce sotto gli occhi dello spettatore senza avere bisogno d’altro che di  un solo ambiente, di parole e non effetti speciali. una storia di una coppia evoluta rispetto a quelle che il cinema di oggi ci rappresenta. una storia che ti resta anche il giorno dopo, una settimana, un anno.

sì, sono avvelenata perché ieri ho avuto la pessima idea di vedere Victor – La storia segreta del dottor Frankenstein, una cagata colossale di cui si capivano il 70% delle battute ma la musica purtroppo si sentiva tutta. eppure so che il 99% della produzione americana è spazzatura. che si può guardare il cinema australiano, semmai, europeo, ma non americano. che anche su quello italiano c’è poco da scherzare nonostante gli Oscar, e che che come afferma Luchini (e ha ragione da vendere), non esistono più Fellini né Antonioni, e nemmeno le Suso Cecchi d’Amico o i Rossellini al tavolo della pizzeria a Ostia a tirar fuori golosità, ma i Muccino e i Piccolo a mettere una dietro l’altra un sessantina di parolacce a pagina, e così si prendono a prestito copioni francesi. che insomma la sera sarebbe preferibile leggere un bel romanzo.

ma dopo sei ore di lavoro su una storia di violenza domestica, preferisco l’idiozia di un film Disney che alla profondità di Trier, e dopo aver scoperto che la nostra guerra, che questo terrorismo individuale e anch’esso senza ideologie e senza Patria, come tanti romanzi e certi film, mi domando anche che senso abbia continuare a scrivere.

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Un pensiero su “vecchia zia

  1. Temo che sia un pensiero che prima o poi ha attraversato tutti quelli che hanno l’ambizione di scrivere veramente. Non quelli che pensano che l’aver scritto un libro (male e banalmente) li proietti in automatico nell’agone di quelli che contano. Parlo di autori e autrici come te, che hanno un concetto sacrale e profondo della scrittura, che la considerano una catarsi e un media per poter riflettere sull’uomo e il suo mondo. Purtroppo questo mondo sa rendersi particolarmente odioso, desolante e insensibili e ogni bellezza, anche quella più scomoda ed ecco che chi fa arte soffre. Ha sempre sofferto e sempre soffrirà ma l’oggi non ci regala la consolazione di vedere l’eccellenza emergere.

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