gratis ci si diverte tra amici

si discuteva a cena su quale sia l’etica di un artista. il signore in questione sosteneva caparbiamente che un artista non può esibirsi davanti ai nemici politici o farsi pagare da gente di malaffare. alla mia provocazione: se ti stampasse Mondadori o Rizzoli (e quindi Einaudi & so on), tu cosa faresti, lui ha ipocritamente alzato il mento affermando che “no signore, no, mai sia”. ecco, io invece sì. farei l’editing anche a Bruno Vespa. correggerei bozze perfino ad Asia Argento.

per secoli, e parlo della categoria cui in fondo ancora appartengo, per secoli siamo stati trattati come appestati e sepolti fuori dai cimiteri, esiliati e disconosciuti dalle famiglie fino a non più tardi degli anni ’50, quando fare l’attrice significava essere una puttana ed essere una puttana non era come oggi motivo di vanto o attività da inserire sul curriculum assieme al listino prezzi delle prestazioni sessuali. siamo stati definiti ipocriti. e ora io dovrei aderire all’etica del non si lavora per il nemico?

io lavoro per chiunque paghi. e anzi lavoro soltanto per chi paga. perché funziona così: se sono un artista (giornalista, attore, musicista, scrittore) mangio di ciò che produco. se non mi faccio pagare (il libro, lo spettacolo, la prestazione professionale) sono un dopolavorista, se sono un dopolavorista e lavoro gratis sono anche un crumiro e uccido l’arte.

Wes Montgomery, uno tra i più grandi chitarristi di jazz, affermava di essere diventato un professionista  suonando quotidianamente stamponi (in gergo: standard di jazz triti e ritriti) ai matrimoni più sontuosi e poveri della città per dare da mangiare ai suoi numerosi figli. ma basta fare un passo indietro per sapere che il discorso di etica e politica per noi artisti non può stare in piedi, perché senza i “padroni”, i mecenati, senza cioè i principi sanguinari, i duchi e le regine capricciose, non avremmo mai avuto il Louvre, o Sgarbi, né senza i Papi (che tutto erano fuorché uomini di fede), avremmo i capolavori d’arte che sono la nostra unica ricchezza.

per cui la mia etica sta soltanto nel far bene il mio lavoro, e nel dire, come i buffoni di corte, tutto ciò che penso.

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