scrivi come mangi

salvo poi rendersi conto che non tutti mangiano per riempirsi, né lo fanno esclusivamente ingerendo pasta asciutta e fettine di vitella, mi domando cosa resterà della letteratura se ridotta a cronache scialbe e senza progetto, senza sogno né poesia.
non possiamo uniformare tutto a un unico modello, ossia l’uomo -inteso in senso universale- e le proprie poco interessanti epiche quotidiane.

quando chiudo i social è tutto un rimestare tra Amazon, Anobii e riviste letterarie, tra elenchi di autori che non ho mai sentito nominare, come loro non hanno sentito nominare me, e che pure hanno all’attivo decine di pubblicazioni ma sono dispersi nella fanghiglia editoriale, che pubblica a getto continuo alla ricerca dell’autore da “botto”.
ma se uniformi il teatro alla televisione ottieni la fine del teatro, e così con la letteratura, tolte digressioni, citazioni (tanto in odio ai consumatori ignoranti) e ricerca linguistica che cosa resta?

quando elimini la magia, che è nella complessità dell’uomo (sempre inteso in senso universale), composto di paure, manie, tic, piccole perversioni, non resta che una telenovela troppo semplice all’interno della quale personaggi stereotipati (su misura del pubblico poco alfabetizzato) si muovono alla ricerca di finali poco scontati.
perché per la nuova editoria il colpo di scena è tutto. e la Bovary più che suicidarsi si sarebbe dovuta far trovare da Charles a letto con la cameriera.

perché tolti i monologhi interiori e le atrocità che albergano nell’uomo semplice che cosa rimane?
è possibile che per adeguarsi al pubblico (che comunque NON compra) e al neo moralismo, si debba tralasciare la complessità della nostra lingua e soprattutto le mille sfaccettature della psiche umana?

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3 pensieri su “scrivi come mangi

  1. Mangiare le parole, non deglutirle nell’immediato, triturarle sotto la mole della contrarietà non opponibile e scioglierle con la fonesi del riverbero. La molteplicità frammentata e non residuale delle parole si riversa sotto la lingua.

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  2. La mia sensazione è che la letteratura, che è sempre stata specchio della società e occhio “alto” e privilegiato, continua impunemente la sua opera restituendoci il vuoto e la povertà culturale che ci circonda. Operazione a rischio suicida. Ho idea che il “la” a questa sorta di deriva l’abbiano data i famosi minimalisti statunitensi, da noi stra osannati negli ’80’s. Parlavano di niente: americani ricchi, depressi e annoiati che trascinavano un’esistenza dannosa per il mondo tra Mtv, sesso, droga e frustrazioni varie attraverso una quotidianità ripetitiva. Il nulla. Ma aveva senso negli anni ’80, che erano davvero il nulla. Erano letture facili, veloci e se non eri un po’ attento, un po’ sensibile, le bevevi in un niente e niente ti lasciavano. Penso che fosse per questo che da noi avevano avuto così vasta eco e quest’eco prosegue oggi attraverso un ambiente pavone, auto referenziale e convinto di raccontare “la vita vera” dimenticando ogni tipo di metafora.

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