dare spettacolo

seppure democratica, giovane, e nota sostenitrice della pedagogia moderna, la locuzione preferita da mia madre, ereditata da nonna Elena che sicuramente la usava per mia zia, (perché c’è sempre una zia ribelle in ogni buona famiglia), era:”non dare spettacolo” e, sussurrate, al Circolo Unione, della Vela o al Trampolino, nota spiaggia un tempo ben frequentata, tutte le sue infinite variazioni: “se hai finito di dare spettacolo possiamo andare”, o “se sei venuta qui per dare spettacolo io me ne vado”, ma anche, “grazie per aver offerto spettacolo al pubblico generoso”.

la provincia si è sempre distinta per la predilezione verso i fatti altrui. anche adesso che si è allargata i suoi abitanti spendono un mucchio di tempo a guardare nelle faccende degli altri, meglio se persone in vista, bersagli mobili da tirar giù a forza di cattiverie.
mi è bastato stare qualche giorno al trullo di Marella per capire che la città che ho abbandonato non è cambiata, l’animo sempre quello del negoziante levantino che sta sulla porta e fa la classifica dei culi che passano, o delle madri apprensive che stilano per le figlie la lista dei maschi più papabili sul mercato, badando che si conservino vergini il più a lungo possibile.
provare per credere.

comunque negli anni ottanta davo molti spettacoli. almeno un paio al giorno. anche prima di scegliere il teatro di prosa come materia di studio.
durante il ginnasio preferivo frequentare i mercoledì letterari dove sedurre vecchi professori e provare loro che l’esistenza è anche vita, piuttosto che stare in compagnia dei miei coetanei, al sicuro secondo mamma, a difendermi dai loro poco perspicaci ormoni.

la separazione tra bene e male, allora, era qualcosa che non aveva nulla a che fare con la realizzazione di sé o con il raggiungimento di uno status sociale soddisfacente. era piuttosto il rispetto di certe regole di buona educazione, morali addirittura, se la parola non vi spaventa.
e dare spettacolo non era un’attività ben vista.

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7 pensieri su “dare spettacolo

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