torno sempre a Monti

ci penso da un po’. in qualunque parte di Roma io debba andare, partendo da qui, dal lago di Bracciano e dalla provincia, trovo sempre una buona scusa per arrivare sotto la mia ultima casa venduta in fretta per pagare i miei debiti aziendali. la casa della menzogna e dell’abbandono, delle cene per venti persone in terrazza e delle bottiglie di vino stipate ovunque, della violenza e dell’inganno.
come un cane abituato a fare sempre la stessa strada, torno lì dove ho passato la maggior parte dei miei anni a Roma, il quartiere che mi ha vista Justine 2.0 e moglie perfetta.

lì, però, m’innamorai anche del “man”, quello vero, la sera prima che decidessi di smettere di bere il 17 settembre di undici anni fa. ricordo che lo guidai per i Fori Imperiali quella Notte Bianca, credo l’ultima. a San Pietro in Vincoli, mi domandai perché non mi baciasse. lui si domandò la stessa cosa, frastornato dalla vitalità di una donna nata Libera.

ritorno sempre a Monti. anche se non c’è più niente del quartiere che ho amato. da via Cavour, altezza Salita dei Borgia, mi sporgo appena e vedo parte della terrazza. i nuovi proprietari hanno piantato una bouganville al posto del gelsomini, forse, hanno pensato di togliere le sbarre alle finestre, eliminando anche il complicato sistema di allarme che mi ha impedito di fuggire da lì per tutti quegli anni.

sì, non mi spiego altrimenti la ragione di quella prigionia.

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