quiete domestica

non ero mai io a chiamare la polizia. le “carrabbignere”, come dicevamo scherzandoci su il giorno dopo, li chiamava Silvana.
da via in Selci a noi era un attimo.

lo show lo dava durante il fine settimana, quando il padre sorprendeva la bella Martina in minigonna pronta per il sabato sera, e decideva di rovinarglielo.
noi ci affacciavamo  quando il ragazzino urlava i suoi strazianti “basta, finitela, non ne posso più”. era allora che Silvana allargava le braccia verso di me e ritornava in casa a prendere il cordless, dopo il consulto con “Pà”, suo marito, per mostrarsi in finestra e tranquillizzarmi: sto chiamando le guardie.

ero sicura sarebbe morto presto. non che da casa mia lo vedessi bene, avevo per fortuna un bel cortile a separarmi dal quinto piano di via degli Zingari, e una palma ben curata, ma lo vedevo in piazza, al mattino, quando come se nulla fosse sorseggiava caffè corretto e chiacchierava della partita. gli si gonfiavano le vene del collo, diventava paonazzo a ogni contestazione degli amici sulla sua squadra del cuore.
un giorno sarebbe schioppato, mi dicevo. forse proprio mentre levava il pugno sulla testa di Martina. perché così gli piaceva picchiarla, battendo le nocche dure sulla sua testa riccia, un rumore raccapricciante che superava palma e cortile per arrivare fino a me.

la madre di Martina era minuta. lui doveva averla rimpicciolita a forza di sberle. provava a difendere la figlia ma senza successo, allora cercava di calmarla, di fare in modo che almeno lo assecondasse, l’avvertiva quando lui era per le scale: Martì e levati quaa minigonna che tù padre s’encazza.
ma niente.
un giorno finalmente lui morì. un ictus prevedibile e determinante. da buona dirimpettaia mi recai al funerale assieme a Silvana. ci guardammo complici, finalmente libere anche noi dalle loro urla e dai colpi, e dalla polizia che poi tanto lo lasciava andare, sempre troppo presto, prima che gli fosse passata, quando ancora aveva voglia di menare.

una sera, era sabato, sentii il ragazzino rompere la quiete riconquistata.
forse il fantasma di suo padre era tornato a tormentarli, forse a sterminarli. poi vidi Martina, la sua lunga ombra in cucina, la riccia coda di cavallo e la mano alzata. picchiava sua madre con una furia mai vista. la chiamava puttana, incolpandola di qualcosa.
forse, quello era il solo modo che conosceva per dichiarare il proprio amore. forse, aveva preso da suo padre.

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