T. come Tozzi

T. come “tentativi” mal riusciti. T., come “tanto non importa”, T. come “Ti amo” e la sensazione che anche quella strada sarebbe stata in salita. T. come Tozzi e il mio primo bacio con la lingua, ma non con Fabio, quello che avevo scelto in spiaggia e che mi piaceva tanto da non lasciarmi dormire, ma con Fulvio, suo cugino, una brutta copia dell’originale che mi era stata appioppata dall’amica già dispersa da ore in pineta. anche lei impegnata a far pratica, perché a quell’età si trattava di tastare l’ignoto: nessuno può descrivere la sensazione di un bacio. e io di prove ne avevo già fatte parecchie, allo specchio, sul dorso della mano, con la bocca generosa della mia amica del cuore. si trattava di reclinare la testa da un lato, socchiudere gli occhi e sporgere le labbra quel tanto che si capisse l’invito.

lui abbagliato dal sole della controra fingeva di controllare l’olio al vespino, io aspettavo, e guardandolo di sfuggita cercavo in lui i tratti di quell’altro, già accontentandomi, mentre canticchiavo assieme al Jukebox una canzone d’amore.

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