la megalomania dell’impiegato

su twitter i silenzi hanno smesso di essere tali e con eloquenza si difendono, combattono, si leccano e si mangiano.
e siamo oltre la sintassi. oltre l’uso corretto dei pronomi. un luogo dove il congiuntivo non è più nemico.
in nome dell’originalità, su twitter i verbi smettono la loro funzione per farsi veliero, e condurre la fantasia assai ridotta di chi non legge libri altrui, verso la palude dell’insignificanza.

nonostante i corsi si scrittura creativa e le lauree sbandierate sulle biografie, twitter è per eccellenza il nonluogo dove la lingua diventa fantascienza, dove il sogno, poiché sogno, è anche realtà, dove Pedro Calderòn smette di esistere -e forse non è mai esistito- perché il filosofo moderno possa allargare il petto e digitare “se lo sogno posso farlo”.

twitter è utopia realizzata, è il luogo magico dove forme sbagliate diventano giuste, dove “esci le tette” e “scendi il cane” sono ormai pezzi di repertorio, in un caberet, quello delle parole violentate, che si chiama presunzione.
perché l’ignoranza nasce dalla mancanza di letture e dalla presunzione di poterne fare a meno.

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