a Milano chiude la Libreria del Corso

quella in Corso Buenos Aires, e dispiace. tra qualche giorno avrebbe compiuto 50 anni di attività. però, i commessi delle librerie, oggi, vendessero calze per calzedonia farebbe lo stesso, non è che per loro sarebbe peggio o meglio, eh. come la tipa della Giunti che mi ha fatto aspettare ben quattro settimane dei romanzi che poi non sono arrivati. almeno non tutti. e parliamo di Einaudi, non di GiaZira Scritture.

nel frattempo sono giunta al termine di 1Q84, di Murakami, che ho finito soltanto per tigna, così ripetitivo che nemmeno la demenza senile e ben organizzato che nemmeno un viaggio villaggio turistico. se è questa la roba che vende e che leggete, io non ho capito proprio  un cazzo, mi arrendo e sono felice così. la descrizione puntuale priva di sorprese, a inizio scena, come un diuretico che abbassi la pressione, azioni continue, sempre le stesse,  e che ci conducono a eventi così prevedibili, che nemmeno il maschio italiano che va via dopo aver scopato e senza ringraziare.

poesia zero. fatti, solo fatti messi in fila come le automobili che descrive nella prima scena del primo volume, con tanto di marca e caratteristiche del modello. di Giappone c’è il tofu e qualche alga. un po’ di buddhista “causa latente ed effetto manifesto”. non ho mai letto un libro tanto affollato di plot e così poco avvincente. ma a voi piace così. voi che partecipate a Tornei letterari dove i concorrenti abbassano i voti per vincere, non credete ci sia una parola giusta per ogni frase, meglio una storia del cazzo da seguire per 300 pagine che dieci pagine di osservazioni sull’esistenza. quelle sono “spiegoni”. quella è autoreferenzialità. quello è egocentrismo.

ricordo il libraio Feltrinelli di via del Babuino. avevo vent’anni e l’espressione spaventata della provinciale nella grande città. mi prese per mano e mi fece sedere su uno sgabello, mi disse di guardarmi intorno con comodo e aspettare un po’, lui doveva andare in magazzino perché forse una copia di quel libro ce l’aveva. lamentava che certi autori non li stampavano più, e che sarebbero presto scomparsi dalle librerie. mi porse “Il sipario ducale” di Paolo Volponi come fosse una sacra reliquia. poi mi domandò come mai leggessi un autore così politico. gli risposi che le questioni del Partito Comunista m’interessavano per capirne il fallimento. poi abbassò la saracinesca e con me divise il pranzo. sul suo camice blu l’etichetta con il nome: Marcello.

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