è la condizione che suggerisce l’azione

un’amica mi ha redarguita per aver “usato” a sproposito il femminismo. dice che ne “Il contadino cerca moglie” non c’è nessuna vittima, che le “principessine” son lì consapevolmente per assurgere al successo, che sono laureate e magari lavorano anche, ma che preferiscono praticare la via più breve: conoscere un produttore ed entrare nel mondo dello spettacolo. che, insomma, son parte attiva in questa umiliante faccenda che le vede spalare merda davanti alle telecamere per la conquista del maschio.

non ci troviamo comunque nel mondo fatato dell’inconsapevolezza? precisando che io non condanno nessuno dei partecipanti all’orrendo show, ma soltanto gli autori e la Ventura, le domando: non siamo comunque vittime dello show business, della macchina infernale che attraverso obbrobriosi reality mette in vetrina come scimmiette pochi talentuosi e molti inconsapevoli pseudo qualcosa? che travolge le vite di poveri illusi che poi scompaiono nuovamente nel buio di una esistenza anonima? e che siano aspiranti scrittori o cantanti non sono che stelle cadenti, luminosi e visibili per pochissimi istanti, instupiditi dall’assurdo sogno della celebrità?

negli anni settanta, mia madre andava per le campagne pugliesi a fare informazione sulla contraccezione, spesso le donne la insultavano, le urlavano in faccia le cose peggiori, la spintonavano fuori di casa. cosa avrebbe dovuto fare?, lasciar perdere? affermare che erano loro stesse a voler fare undici figli senza fiatare?, doveva fare spallucce e andarsene? no. si tratta in entrambi i casi di una “condizione” d’ignoranza, e una laurea, oggi, non significa avere cultura, né, soprattutto, consapevolezza.

quando ero ragazza facevo teatro per le scuole di periferia. i ragazzini parlavano, erano disattenti, facevano casino. ma io sapevo che ciò che stavo facendo era importante, e che dovevo recitare comunque, per recuperare un po’ di coscienza civile anche in uno soltanto di loro. altrimenti cosa si recita, cosa si scrive a fare? per auto compiacersi di che? come dice Bradbury: non ci vuole tanto per lasciare una piccola impronta di sé.

ho fatto avanguardia, ho fatto teatro di ricerca, ho fatto la fame. per me l’arte non può essere scissa dall’impegno civile. io non scrivo di commissari, non scrivo Romance o Fantasy, i miei racconti erotici hanno sempre una finalità diversa dall’eccitazione del singolo. sono destinata al fallimento consapevolmente, direi felicemente.

se devo dare il culo a qualcuno perché la mia “condizione” di donna scrittrice sconosciuta mi pone davanti a questa unica via per pubblicare con un grosso editore, non sono comunque vittima del sistema? perché gli editori non leggono e si fanno passare invece i manoscritti dagli amici? oppure sono una zoccola consapevole? il femminismo, oggi, come allora deve cercare di cambiare la “condizione” che mi pone davanti a questa scelta: dare il culo e poter ottenere ciò che voglio, o farmi il culo e sperare, forse, d’incontrare una estimatrice famosa, donna, e possibilmente non lesbica. e se non si posso cambiare questa condizione con i fatti, non posso comunque restare a guardare.

grazie all’amica per l’intervento che potete leggere qui https://bibolottymoments.wordpress.com/2015/10/28/te-ne-ritorni-da-dove-sei-venuta/

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