voci personali

a me basta che qualcuno mi dica che ho un marchio di fabbrica. e così ha fatto una editor che meno di due mesi fa ha rifiutato il mio manoscritto. lo avevo scritto per un premio dal pubblico radical chic, di signore che, magari la sodomia sì ma soltanto a parlarne dal parrucchiere. e così avevo eliminato qualunque scena “alla me”, di quelle che si fanno ma a dirle sta male. in letteratura poi…

“Ho letto Justine 2.0», mi dice sorridendomi al bancone di un bar di Trastevere, mentre beviamo un succo alla melagrana, «non lo avessi fatto, oggi la penserei diversamente su questo romanzo che pure ha ottimi perché», e mi restituisce il corposo plico.

«E quale sarebbe il mio marchio di fabbrica? aiutami». perché io non lo so, giuro, sono lenta a capire. no ci sono ancora arrivata. lei ride: «è il sesso, Elena, è il sesso privo di schemi già dati, quello inaspettato e naturale, scanzonato, talvolta canzonatorio, un po’ grottesco».

ecco, torno sempre alla commedia dell’arte, al tratto forte, ai volti senza nome, all’urlo e alla risata, al significato ben chiaro nel significante, ai colori accesi, alle voci artefatte dalla maschera, al mondo che guardo davanti a me a che mi sembra sempre più una caricatura di se stesso. al quale comunque non può corrispondere una letteratura più seria.

p.s. ho dovuto interrompere la lettura di Covacich -devo cercare il resto della trilogia- e ho iniziato un romanzo di Murakami. d’altra parte io amo la pittura di Hiroshige.

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