sensibilità a parte

una giorno, ricordo perfino che fuori pioveva a dirotto, Lorenzo Salveti, ottimo regista e Maestro poi Direttore della Silvio d’Amico, ci fece sfilare davanti alla cattedra per osservare le nostre caratteristiche fisiche e vocali. al termine di quella imbarazzante passerella ci richiamò uno per volta e, con tono da confessionale, iniziò a vaticinare quali sarebbero stati i ruoli che ci avrebbero assegnato, e non soltanto durante i tre anni di corso per attori, ma per sempre, forever, a vita. la povera Federica, per esempio, fu brutalmente relegata al ruolo di “balia”, o “fantesca”, e sì che in teatro di balie ce ne sono in quantità, ma Federica uscì dall’aula in lacrime, ferita nella sua sensibilità che la voleva, invece, Giulietta sul balcone.
ah, quanti cuori infranti in quel pomeriggio grigio piombo.

io protestai vivamente per la terribile diagnosi: sarei stata a vita la goldoniana Mirandolina e simili, mai Lady Macbeth, mai e poi mai Cordelia né Ofelia. la mia sensibilità ne risentì, certo, piansi anch’io ma di nascosto, nel bagno. fu come se la mia valigia di buone intenzioni fosse stata alleggerita della metà delle ambizioni che mi avevano accompagnato a Roma e che nutrivo nella solitudine della mia stanza ammobiliata. preferivo la tragedia alla commedia, il dramma mittleuropeo alla farsa molieriana, quello americano di Miller e Williams che, sempre Lorenzo e sempre quel giorno, mi fece capire con una negazione chiara della testa capelluta che no, non facevano per me.
odiai Lorenzo con tutta la forza di cui ero provvista, ma con il tempo scoprii che aveva ragione da vendere.

sensibilità a parte, quella che si ferisce a morte quando ci viene negato un sogno, ognuno è dotato sin dalla nascita di uno o più talenti. fortunato se riesce a svilupparli, frustrato a vita se non ce la fa. il mio compagno prese spontaneamente lo strumento in mano che non aveva nemmeno dieci anni, viveva in una famiglia di musicisti, certo, di “brass”, ovvio che avrebbe fatto questa fine, sì, ma si chiama anche indole, giusto talento, sensibilità musicale innata.
abbiamo un corpo, e una voce, e un modo di muoverci che per quanta energia ci si metta, e volontà, non potrà mai comportarsi altrimenti, sensibilità a parte.
pensare che volere qualcosa equivalga sempre a ottenerla è un po’ da megalomani, sensibilità a parte, anche da imbecilli.

3 pensieri su “sensibilità a parte

  1. Vero!! Infatti non ho mai capito perché in molti non accettino che nominati figli d’arte facciano letteralmente cagare e non ammettono che dovrebbero con molta umiltà cambiare mestiere. Lo facciamo noi comuni mortali, non vedo perché non dovrebbero i figli d’arte.

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    • non tutti sono indegni del nome che portano, per anni si è lasciato in eredità il lavoro di ferroviere, non vedo perché non lasciare in eredità quello di attore. credo che sul discorso meritocrazia, al teatro si debba dedicare un capitolo a parte. comunque intendevo dire che proprio i comuni mortali dovrebbero fare meglio i conti con il proprio talento. 😉 sensibilità a parte.

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