l’arte del rischio

qualcuno mi ha domandato pubblicamente perché sui social e su questo blog mi espongo tanto, perché, anziché far girare voce in DM, spettegolare e fare la servetta, rassegnarmi al nepotismo e a chi pubblica mediocrità, scrivo tuit salaci senza nascondere il bersaglio dei miei strali: pressapochismo, superficialità, banalità, imprecisione. che siano editor o case editrici famose, impiegati a stipendio fisso che rubano spazio ai creativi. casalinghe che ingrassano le fila degli imbrattacarte scrivendo trilogie rosa.
mi espongo perché sono una di quelle che avverte la signora della sua calza smagliata o della macchia di cappuccino sul naso piuttosto che starla a guardare, sollevandomi a suon di risatine e di “poverina lei”.

i giochini sui social sono quelli fatti all’asilo: non interagisco più, non ti rituitto mai, ti metto in un angolo.
pensate me ne fotta qualcosa di chi va dietro alle mode senza farsi un’opinione propria?
di chi rituitta uno scrittore senza aver mai preso un suo libro in mano?
credete veramente siano i numeri a fare il talento?
che questa moda delle tuitstar durerà a lungo?
molti non sono neppure in grado di leggere una frase di senso compiuto, e se sono in grado di leggerla forse non riescono a capirla.
e io non voglio amici, non sui social. gli amici si guardano negli occhi.
cerco persone che se citano Sciascia lo abbiano almeno letto.
qualcuno che si ricordi di una frase di vero cordoglio, della stima mostrata un tempo, delle parole di affetto sincero, non soltanto della divergenza di opinioni su un dato argomento politico.
e a ogni defollow penso di non avere perso né un lettore né un amico.

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