nomade

papà me lo diceva sempre che il DNA della gente di frontiera ce l’avevo anch’io nel sangue, che avrei continuato a viaggiare fino alla fine dei miei giorni, che non avrei mai messo radici. il nomadismo mi sta bene addosso. stare in compagnia di giro a far valigie ogni giorno, lasciare la città all’alba, come un’assassina salpare di notte, era ciò che amavo di più della vita del teatro.
ogni giorno s’incontra l’ignoto.
ogni giorno si provoca il destino.
da ragazzina andavo in giro con una grande sacca piena del necessario per la sopravvivenza. credevo di dover essere sempre pronta all’apocalisse. più probabilmente mi sentivo in colpa. c’era sempre qualcosa per cui avrei dovuto espiare. pensavo, credo avessi meno di dici anni, che se tutto fosse andato storto avrei risolto la mia esistenza terrena facendo un viaggio a piedi fino al Polo Nord.
dormire sotto cieli diversi mi fa rivedere la strada percorsa attraverso prospettive diverse e a darle ogni volta nuove direzioni, a esplorare le infinite opportunità che la vita mi offre.
sono nomade, non avrò casa, non avrò legge. e soprattutto non sarò mai schiava di un mutuo.

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