L’editoria dei poveri

Alberto Castelvecchi mi diceva sempre che un bravo editore è come un parafulmine, un tramite tra autore e pubblico. Un medium. E’ colui che intuisce la domanda e anticipa l’offerta. E’ una persona che prima di tutto ha rispetto per l’autore, comunque scriva e chiunque sia. Che ha naso e sensibilità.
Beh, credo che Alberto parlasse del passato remoto.
Anzi, forse dei primi del secolo scorso.
Perché non è più così.
Ci sono mega gruppi editoriali difficilissimi da raggiungere, oppure minuscoli editori per l’80% con grossi problemi di cassa e di Ego. E’ un mercato ormai selvaggio frequentato per lo più da chi è stato estromesso dal “commercio ufficiale” e cerca di ricavarsi un posto, di grattare fette di pubblico e piccoli consensi. Un mercato condotto da chi ha masticato fiele. Che è arrivato a pubblicare bene ma mai abbastanza e che non vedeva l’ora di ottenere il piccolo potere da esercitare magari durante la festicciola tra trentenni universitari, allungando la mano sulla scrittrice in erba.

Questa è l’editoria di oggi, quella dei grandi padri della letteratura ma soprattutto di chi ha provato a sfondare ovunque, in radio, in cinema in tivù e non ci è riuscito. Da chi vuol fare pagare agli altri i rifiuti che ha ricevuto.
Che è troppo giovane per tirare i remi in barca e decidere di farla finita e troppo vecchio per cercare di essere felice.
Che fa l’editore pubblicando OVVIAMENTE “testi non facilmente inquadrabili nei rigidi settore dell’editoria ufficiale, quella che si trova all’ingresso delle grandi librerie”.

Insomma, questo mi risponde dopo 2 ore e trenta dall’invio del manoscritto.
Ma non lo fa per generosità, non lo fa per gentilezza.
Lo fa per livore, perché come una cretina ho iniziato la mia letterina di presentanzione scrivendogli di aver conosciuto la sua casa editrice grazie al post di un amico.
Lo fa con cattiveria, perché le note di copertina del mio primo romanzo sono state scritte da due Scrittori che stanno sugli scaffali delle grandi librerie.
Lo fa perché gli ho scritto che nonostante il mio fallimento imprenditoriale mi sento una vincitrice.
Lo fa perché, evidentemente, non ha proprio un cazzo da fare.

Ed è esattamente ciò che gli ho risposto.

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